Piante composte o singenesie (Targioni-Tozzetti, Cenni)

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Piante convolvulacee
Targioni-Tozzetti, Antonio, Cenni storici, 1853
Piante Umbellate

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§. V. Delle piante composte o singenesie.

Helianthus tuberosus

Fra le radici tuberose eduli, che sono state confuse da taluno colle patate, abbiamo di sopra rammentato di passaggio quelle di una pianta singenesia, o della famiglia delle composte per i moderni, detta da Linneo Helianthus tuberosus, nota fra noi col nome di tartufi di canna, ed anche con vocabolo francese di Topinambour. Questi tuberi sono originarii del Brasile, e per ciò non potevano essere conosciuti dagli antichi, per essere portati a noi dopo la scoperta dell'America. Da ciò che ne scrive il Redi a Pietro Nati, nella sua lettera superiormente citata, in data del 23 Gennajo 1667, non può credersi che le patatas, di cui ne ricevè una gran cassa (come egli dice) mandata a donare dal regno di Fessa, al serenissimo Granduca mio signore, fossero tuberi delle vere patate, come taluni hanno creduto, secondo che più sopra ho rilevato (2), poichè lo stesso Redi seguita a dire « io non ne aveva mai vedute ; e camminando ancora io per conghietture, giudicai essere il patatas, e ne mandai al signor Donnini, acciò le piantasse nel giardino di Boboli e delle stalle. Queste radiche in Francia si chiamano Topinambur, dal nome del paese

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(2) Anche Gio. Targioni-Tozzetti nelle sue Notizie degli Aggrandimenti delle scienze fisiche in Toscana, T. 3, p. 94, dubitò che fossero le patate.


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di dove vennero la prima volta ; alcuni le chiamano col nome di elenio americano, alcuni col nome di Crisantemo americano ».

Quindi da tutto questo apparisce non esser esse le patate, ma ciò che dicesi fra noi tartufi di canna, vale a dire i Topinambour dei Francesi ; quali tuberi perciò furono introdotti in Toscana verso l'epoca in cui il Redi scrisse la summentovata lettera (1), tanto più che le patate erano conosciute e coltivate molto prima, come più sopra ho fatto avvertire. Peraltro se l'autore anonimo che fece le postille manoscritte ad una copia dell'opera stampata nel 1583 del Cesalpino, intitolata de Plantis, esistente presso di me, e del quale parla il mio avo Gio. Targioni-Tozzetti (2) fosse dell'epoca di Cosimo II, come lo pensa lo stesso Targioni, allora questi tartufi di canna, sarebbero stati conosciuti alquanto prima in Toscana, poichè detto anonimo disse di vedersi al suo tempo in Firenze queste piante di radici tuberose e perenni, portatevi da Bordeau e descritte da Fabio Colonna. In Roma pare che vi fossero stati introdotti questi tartufi di canna dal Cardinale Odoardo Farnese, che fu dei primi in Italia ad averne le piante dal Canada, e le fece coltivare avanti al 1616 in un suo giardino dei semplici in quella metropoli (3).

Cynara cardunculus

I carciofi (cynara scolymus), essi pure della famiglia delle composte, sono egualmente di una introduzione in Toscana non remotissima, poichè furono fatti venire circa all'anno 1466 da Napoli in Firenze per opera di Filippo Strozzi, figlio di Matteo di Simo-

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(1) V. Redi, Opere, Ediz di Firenze, 1827. T. 5, p. 43 a 44.

(2) V. Prodrom. della Corog. e Topografia della Toscana, p. 119 ; e notizie degli Aggrandimenti delle scienze fisiche in Toscana, T. 3, pag. 6.

(3) V. Gio. Targioni-Tozzetti dissert. sopra la coltivaz. di varie radiche eduli MSS. inedito e non completato, che doveva far parte del T. 2 dell’alimurgia, e che non fu mai stampato.


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ne (1). Anche il Mattioli (2), dice dei carciofi i « a noi sono stati portati da Napoli e quivi di Sicilia » poichè si fonda sull’essere stato scritto da Teofrasto (3), che quella specie di cardo che si chiama Catto nasce soltanto in Sicilia e non in Grecia. Il Sestini (4) infatti racconta, aver trovato grande abbondanza di queste piante salvatiche e spontanee nelle campagne attorno a Catania ed in altri luoghi dell’Isola, e che son buone a mangiarsi come i nostri gobbi, ed i girelli ancora. Che poi non nasca in Grecia, secondo le osservazioni dei moderni botanici, non è vero, dicendo il Decandolle (5) che questa specie indicata da Teofrasto è i! carciofo salvatico (cinara cardunculus), e che nasce spontaneo in Arvis Greciae, Cretae, Zacinti, Barbariae, Galliae australis, Sardiniae, ed io aggiungerò nei campi d’Italia, ed anche di Toscana (6).

Quindi è certo che il summentovato Teofrasto, ed anche altri antichi dopo di lui, hanno inteso parlare non dei carciofi comuni, di cui si mangiano le squamme calicini dei fiori non aperti, ma dei carciofi salvatici, dei quali il calice è non ben mangiabile, per essere troppo piccolo e troppo duro e spinoso nelle squamme sue ; ossia hanno voluto dire i predetti scrittori antichi, della pianta che i moderni hanno chiamato come si è detto di sopra Cinara cardunculus ; e volgarmente cardone, carduccio, carciofo salvatico, sgalera, e presame (7):

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(1) V. Manni de florent. inventis, p. 35 ; e Ottav. Targioni-Tozzetti negli Atti dell'Accademia della Crusca, T. 3, p. 202.

(2) Discorsi in Dioscoride., T. 2, p. 706.

(3) Hist. plant. L 6, c. 4.

(4) Lettere scritte sulla Sicilia, T. 1, lett. 8.

(5) Prodr. Syst. natur. veget., T. 6, p. 620.

(6) V. Savi flor. pisana., T. 2, p. 250.

(7) V. Ottav. Targioni-Tozzetti, Lezioni d'Agricoltura. Tom. 2, pag.173.


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e forse anche secondo l'opinione dello Sprengel (1), di una varietà dell'altro carciofo domestico, cinara scolimus. Anche l'Anguillara (2) dice che il catto di Teofrasto, lo scolimo di Dioscoride (3), il cinara di Galeno (4), ed il carduus dei latini (5) sono una medesima cosa, cioè il cardone o carciofo salvatico (6). Columella (7) chiama cinara questo cardone, quando è coltivato negli orti. È certo dunque che gli antichi conoscevano questa pianta, la quale coltivavano per mangiarne i rigetti o polloni, che imbiancati, addolciti e resi teneri col rincalzarli di terra, costituivano i cosi detti ora da noi cardoni, carducci, o cardi, oppure sotterrati grossi, ripiegandoli, come si rileva da Teofrasto, da Ateneo (8), da Palladio (9) che costumavano, nel modo stesso che ora fanno i nostri ortolani, venivano a formare i così detti da noi gobbi, per la loro curvatura.

Di questi carciofi salvatici ne mangiavano gli antichi il ricettacolo carnoso dei fiori, che ora noi chiamiamo girello, e che da Teofrasto (lO) è detto ascalia, assomigliandolo per il sapore al cefalione delle palme dei datteri. Da Galeno è chiamato spondylium (11), da Ateneo (12) ascaleron, da cui il nome di sgalera, che special-

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(1) Comment. in Dioscor. T.2, pag. 667.

(2) Dei Semplici, pag. 134 e 136. V. anche il Vigna Animadv. in Theophr. pag 20.

(3) Mat. med., L. 3, C. 14.

(4) De alim. facult. L 2, c. 51, dove avverte che cinara si deve scrivere coll´i non coll´y.

(5) V. Plin. Hist. nat. L. 19, c. 18.

(6) Avicenna. Can. L. 2, tractat. 3, c. 332, chiama questa pianta col nome arabo harsaf ; da cui molto verosimilmente neè venuta la voce toscana carciofo.

(7) Lib. 10. De cultu hortor. vers. 235.

(8) Deipnosoph. L. 2, pag. 70, edit. Casaub. 1612.

(9) De re rustica. Mart. 9. 1.

(10) Hist. plant. L. 6, c. 4.

(11) De alim. facult. c. 51.

(12) Deipnosoph. L 2, pag. 72.


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mente nella Puglia ed in molte altre parti d'Italia si dà a questa pianta. Oggigiorno peraltro presso di noi si preferisce il ricordato girello dei carciofi domestici, quando sono bene sviluppati i fiori.

Anche Pier Crescenzio (1) parlando del cardo, e dando il metodo di coltivarlo per farne i cardi o carducci, non dice nulla dei di lui fiori, nè parla dei carciofi, i quali perciò gli erano sconosciuti.

Da tuttociò ne consegue, che il carciofo salvatico o cinara cardunculus L. era l’unico conosciuto dagli antichi e coltivato, per averne dai rigetti o polloni, i carducci, dopo averli imbiancati ed addolciti sotterrandoli ; mentre il carciofo vero domestico o comune, cinara scolymus, ora abbondantemente coltivato nelle nostre campagne, devesi all’industria agraria degli Italiani del secolo XV, i quali preferirono questa specie per le squamme calicine dei fiori mangiabili, per la delicatezza dei girelli, non che dei cardoni e dei gobbi, che con i rigetti, o colle piante invecchiate se ne fanno. Al qual proposito dei cosi detti gobbi, devesi avvertire che fra Agostino del Riccio (2) dando il modo di farli colle piante dei veri carciofi, termina questo suo insegnamento col dire, « e questo sia detto in quanto all´imbiancare che si usa oggi dette piante di carciofi, detti per tutto gobbi » ; sicchè pare che questa pratica, in quanto alle piante dei carciofi domestici, cominciasse ad usare al di lui tempo, cioè verso la metà del secolo XVI (3).

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(1) Opus rustic. commod. L. 6, carte 22.

(2) Agricolt. sperimentale MSS. T. 1, c. 52.

(3) Rilevasi dall´Almanac du bon Jardinier di quest'anno 1831, che si stampa a Parigi, pag. 249, che finora in Francia era ignota questa industria agraria, già vecchia in Italia ; poichè vi si riferisce una nota del Sig. Audot sul modo di fare questi gobbi, i quali perciò si danno come un nuovo prodotto all'orticultura francese.

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Come mai in Napoli fossero già coltivati i carciofi domestici nel 1466, e di dove portativi, non lo sappiamo, mancando anche al Decandolle (1) la notizia della loro patria originale, abbenchè il Wildenow (2) gli assegni la Francia Narbonese, l’Italia, la Sicilia e la Barberia ; forse in ciò confondendo l'origine dei carciofi salvatici cinara cardunculus detti di sopra. Nè sarebbe improbabile che fossero i carciofi domestici o comuni, venuti dal miglioramento dei salvatici per opera della coltura, come lo dubita il Decandolle, dicendo del cinara scolimus, o carciofo vero, verosimiliter sequentis (cioè del cinara cardunculus) varietas cultura formata (3). Lo che dallo Zannichelli (4) era già stato indubitatamente ammesso ; e ciò è più probabile della contraria opinione emessa dal Giachini (5), il quale credeva che per trascuratezza di coltivazione, i carciofi domestici fossero diventati della specie salvatica o il cardunculus. Comunque siasi è certo che i veri carciofi, cinara scolimus, da Napoli passarono in Firenze nel 1466, come si è detto, nè in allora erano conosciuti, e coltivati nel resto dell’Italia, come fra noi, poichè a Venezia in un giardino ne fu veduta una unica pianta come novità, da Ermolao Barbaro (6), il quale cessò di vivere nel 1493.

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(1) Prodr. syst. nat. T. 6, pag 620.

(2) Spec. plantar. T. 3, P. 3, pag. 1691.

(3) Prod. syst. nat. L. c.

(4) Istor. delle piante dei lidi Veneti, pag. 67.

(5) Letter. apologe. a Filippo Valori scritta il 25 Agosto 1527 in difesa e lode del popone, pag. 14.

(6) Dioscor. mat. med. interprete Ruellio cura corollariis Hermol. Barbari pag. 257. Lo stesso Barbaro dice che i Genovesi chiamavano il carciofo (forse salvatico) arocco, che fa derivare da! greco coccalos, cioè cono o strobilos, e da arocco probabilmente se ne è fatta la voce articocco o articiocco, colla quale si chiamano i carciofi in Lombardia ed in Francia.


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I carciofi hanno delle varietà che sono state già indicate da Giovanni Bauhino (1), e che attualmente pur si conoscono, come di calice conico, o verdeggiante, o pavonazzetto, più o meno spinoso alla cima delle squamme, ed altre di figura rotondata, che diconsi comunemente mazze ferrate, le quali più precoci ci vengono trasportate oggigiorno anche nell’inverno dallo Stato Romano per via di Civitavecchia, o dalle campagne di Napoli. Questa razza particolare fu rappresentata dal Lobel (2) col titolo di carciofo massimo, portato dall’Inghilterra.

Fra le quali varietà precoci una ne abbiamo oggidì introdottasi da pochi anni indietro, che si dice carciofo francese, e che nell’inverno facilmente produce i bocci dei fiori, tosto che ne siano le piante in buona esposizione ; e ciò non è che un perfezionamento della razza comune per opera di una più accurata coltivazione. Per altro il Bauhino (3) dice che a Montpellier dura il carciofo per tutto l’inverno, cosicchè questa varietà precoce dei così detti carciofi francesi, era nota fin dal XVI secolo. Lo che rilevasi ancora dal Soderini (4), che disse coltivarsi questi carciofi precoci ed invernali a Genova, comunemente ; ed anche i! Taegio (5), facendo sapere che in Francia erano carciofi d'ogni stagione, insegna il modo per averli, fin dall'anno 1559. Il Padre Agostino del Riccio (6) dice

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(1) Hist. plant. T. 3, P. l, pag. 49. Anche il Padre Agost. del Riccio nella sua Agricolt. Teorica MSS. nota in molti luoghi diverse qualità più o meno spinose, di colori e di figure svariate, che al di lui tempo si coltivavano presso Firenze.

(2) Icones stirpium, T. 2, p. 3. - Io. Bauhin. Hist. plant. T. 3, P. 1, pag. 51.

(3) Histor. Plant. T. 3, L. l. pag. 5O.

(4) Cultur. degli orti e giard. pag.70.

(5) La villa Dialog. ec., pag. 158.

(6) Agricol. Teorica MSS. carte 215.


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che sono attorno a Firenze e nella città assai piante che fanno i carciofi buoni di Gennaio, innanzi e dopo come fanno a Genova... e tutto quello che dico lo dico di vista.

Lactuca sativa

Molto in uso, anche attualmente abbiamo le lattughe, spettanti alla stessa famiglia delle composte, delle quali ne sono tre specie distinte per i moderni botanici, con buon numero di varietà ciascheduna. e tali specie primitive sono la lactuca sativa, o lattuga romana, la lactuca capitata, o a palla, la lactuca crispa o cresputa, da Linneo (1) considerate come varietà di una medesima specie ; cioè della sativa. Di qualunque di esse è ignota la patria, e forse sono originarie delle Indie orientali. Contuttociò le lattughe sono state conosciute da moltissimi secoli addietro. Infatti nella Bibbia (2) la voce ebraica cazareth, è tradotta nella Volgata per lattuga: ed al referire del Bochard (3) e dello Scheuchzero (4), sarebbe la lattuga a palla. Plinio (5) dopo aver ricordato che i Greci ne avevano differenti qualità, avverte che presso i Romani ne coltivavano molte più ; e di fatti anche Columella (6) ne nomina una certa quantità come ricercato cibo, negli orti ; e noi in sostanza abbiamo sempre le stesse lattughe dei Romani, dai quali ci sono state trasmesse, e più altre varietà ancora (7), senza che se ne possa stabilire con precisione il

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(1) Spec. plantar. T. 2, pag. lll8.

(2) Exod. c. l2, v. 8. Nel testo ebraico la versione litterale direbbe : E mangeranno in questa sera l'agnello Pasquale arrostito al fuoco, con pane azimo e con erbe amare, che nella Volgata è tradotto: « cum lactucis agrestibus » ; e cosi traducono i più. V. Calmet, Diction. Bibl., ediz. Latina del 1766 f.° fatta dal Mansi. T. 1, pag. 564.

(3) Hieroz. pag. 63.

(4) Physique sacrée, T. 2, pag. 72.

(5) Hist. nat. L. 20, c. 8.

(6) De cultu hortor. L 10, v. 182.

(7) Per queste varietà V. Alamanni, la coltivaz. L. 5, pag. 171, ediz. del 1590, dove nota quelle coltivate a suo tempo. - Rozier Cours d'agric. ou dictionn. T. 6, pag. 208. - Lamark Encyclop. bot. T. 3,

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tempo della loro introduzione, che è per altro antichissima. Rileviamo soltanto dal Mattioli (1) che una varietà la quale tuttora esiste in alcuni orti, di color verde chiaro, e spruzzata di macchioline rosse sanguigne, era stata nuovamente portata da Cipro in Toscana al di lui tempo, per quanto aveva sentito dire.

Cichorium

Alla stessa famiglia delle lattughe, cioè alle composte cicoriacee dei moderni botanici, appartiene il radicchio, intybus dei Greci e dei Latini, ma da questi ultimi chiamato anche cichorium, e dai botanici detto cichorium intybus. Di questo non occorre farne parola, perchè è pianta volgarissima e comune in tutti i luoghi erbosi dell'Europa intiera, non escluso il suolo italiano. Noteremo invece altra congenere pianta, l'indivia (cichorium endivia L.) della quale pur anche se ne conoscono alcune varietà, che si coltivano per uso dell’insalata. Non è questa, come il radicchio pianta nostrale, ma delle Indie orientali, secondo che lo accerta il Wildenow (2). Ma dell’indivia ne fece discorso Dioscoride (3) col nome di seris, e secondo lo Sprengel (4) di questa medesima pianta intese parlare Virgilio (5) in quel verso :

Quoque modo potis, gauderent intuba rivis

che lo Stocchi traduce :

... e come goda

Nell'ora che si abbevera l'indivia (6).

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pag.403. - Gallizzioli, Element. di botan. e agric. T. 3, pag. 306 - Gera, Dizion. d'agric. T. 14, pag. 534.

(1) Disc. in Diosc. T. l, par. 549.

(2) Spec. plant. T. 3, L. 3, pag. 1629.

(3) Mat. med. L. 2, c. 160.

(4) Hist. rei herb. T. l, pag. 146.

(3) Georg. L. 4, v. 120.

(6) Le Georg. di Virgil. tradotte. Prato 1831, pag. 157.


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Dal che si rileva che quest'ortaggio era già introdotto in Grecia, e quindi fra i Romani, e coltivato per cibo, senza che se ne possa raccapezzare l'epoca precisa.