Piante arboree fruttifere (Targioni-Tozzetti, Cenni)

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Piante tecniche
Targioni-Tozzetti, Antonio, Cenni storici, 1853
Piante arboree fruttifere (Targioni-Tozzetti, Cenni)
Agrumi


§. XII. Delle piante arboree fruttifere.


Trascorsa la storia succintamente delle piante principali erbacee, perciò che concerne la loro provenienza ed introduzione nelle nostre campagne, dove vi furono utilmente in addietro, o vi sono di presente coltivate con grandissimo vantaggio dell'agricoltura Toscana, resta ora a dirsi qualcosa di quell'altro genere di piante arboree, che sono ricercatissime per il loro fruito direttamente, o per i preziosi prodotti che da questi frutti se ne ottengono.

Sommaire

Olea europaea

Fra gli alberi fruttiferi adunque, dei quali i prodotti sono di maggiore importanza per la nostra agricoltura, conviene annoverare in primo luogo l'olivo (1)

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(1) L’olivo è pianta arborea, la di cui grandezza e longevitàpuò rilevarsi da molli individui resi celebri nei luoghi, dove giàesisterono o ancora si ritrovano. Plinio (Bisl. nat. L. 16, c. 44) cita gli ulivi di Literno piantativi da Scipione l'affricano, i quali all'epoca in cui egli scriveva avevano 4 secoli. Ulivi grossissiml erano nell’orto di Getsemani, rammentati da Cornelio Magni ( Viaggi, P. 2, leti. 3, pag. 223) che sono gli stessi dei quali parla il Lamartine, dicendo che mentre viaggiava in Oriente nel 1832 e 1833, ne vedde sette creduti esistere fin dal tempo di Gesù Cristo v ces Ironcs soni enorraes et forraès corame lous ceux des vieux oliviers d'un grand nombre de tiges qui semblenl sièlre incorporès àl'arbre sous le mème À³corce, et forment comrae un faisceau de colonnes accouplèes ( Voyag.


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(olea europaea) poichè come disse Columella (1) olea prima omnium arborum est.

La cognizione di quest'albero e dell'olio che se ne ricava dai suoi frutti, rimonta ad un'epoca che si perde nella più remota antichitÀ, poichè nella Sacra Scritturaè fatta menzione in molti luoghi dell'olio, in ebraico 'detto Zait, come di cosa apprezzatissima e di grande importanza per i bisogni della vita (2). Plinio ricorda la fertilitàdegli ulivi della Libia e dell'AlTrica Bizacena (3), Strabone (4) e Sineslo (5) parlano della grande abbondanza dell'olio di Cipro.

en Orient. T. 2, pag.249, ed anche altrove, pag. 1S8 e 163 dello stesso T. 2). Il Mariti nei suol Viaggi in Palestina (T. 3, pag. 8), racconta aver veduto nelle campagne di Serfò alcuni ulivi, i quali erano gli avanzi de'le antiche coltivazioni e tanto grossi, che due persone non bastavano ad abbracciarli. II Santi nei suoi viaggi (T. 2, pag. 222). dice aver visto a Poggio Loreto presso Magliano, in Maremma, un ulivo che aveva 30 piedi di circonferenza al piedc. Nel convento degli zoccolanti fondalo da S. Francesco nell'isola di Garda, sussisteva nel 1664 un grosso ulivo, secondo la relazione del viaggio in Lombarbardia fatto da Cosimo Medici, MSS. dell'abate Pizzichi, esistente nella Biblioteca Magliabechiana, che la tradizione voleva piantalo da San Francesco medesimo. Notasi nella Biblioteca italiana (T, 83, p.468), un ulivo di Palombara di 42 palmi di circonferenza, ed altro a Porto Maurizio di 22 piedi di circonferenza, che fornisce 430 libbre d'olio ; ed altro ulivoè citalo dal Giillesio (Pomona ital.), vicino a Villafranca di 30 piedi di circonferenza, che si suppone possa avere 10 secoli ; ed anche un altro vicino a S. Remo nel Genovesalo, un poco più grosso del precedente (V. Bibliolh. univ. de Genève 1836, T. S, pag. 195). In uno squarcio di lettera del professor Orazio ValerianI (Ann. d'Agric. del regno ilal.T. 19, pag. 180), si cita un ulivo In Ancarano al di làdel Tronto, in mezzo ad un ulivela di più di 100 piante vecchissime, che nel 1813 era vegetissimo ed aveva più di 313 anni.

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(1) De rustica, L.3, c. 8.

(2) Genesi, c. 28, v. lO.Exod.c. 27, Levil. 2i. Deuter.c. 8 o 24. Eccleslasl. 94. Cantica, c. 1. Ecclesiastici, e, 24. Isaia, c. 24.

(3) Hist.nat. L.6, c. 5, L.18, c. 12.

(4) Geograph. L. 14.

(5) Epistol.l47.


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Vogliono taluni, e fra questi il Picconi (1), che l'ulivo sia originario dell’Etiopia, e che da questa regione fosse portato in Grecia. Ma chiaramente si rileva da Strabene (2), e da Dioscoride (3), che l'epiteto dato all'ulivo di Etiopico, sta a indicare l'ulivo salvatico o comune ulivastro, tanto abbondante e spontaneo nella Grecia e nell'Italia. Che anzi non apparisce trovarsi questa pianta nella detta Etiopia, poichè Plinio (4), noverando gli alberi di questo luogo, non fa menzione dell'ulivo domestico o salvatico, e neppure si cita da Diodoro Siculo (5) come esistente nemmeno nelle più fertili parli di questa provincia, da esso cosi estesamente descritta. La Greciaè certo che fu anteriore all’Italia per la cultura dell'olivo, che fece sacro a Minerva, e che tenne sempre in molta venerazione (6). Sofocle nell'Edipo Goloneo (7) lodando Atene, ne vanta fra le altre cose gli ulivi, i quali esso dice non trovarsi in tutta l'Asia nè nel Peloponneso (8). Per altro la Grecia, poichè più presto civilizzata, seppe moltiplicarne le piante, e fare del suo olio esleso commercio (9). Lo

(1) Saggio sull'economia olearia ari. Il, §. 1.

(2) Geograph. L.t6.

(3) Mat. med. L. 1, c. 136.

(4) Hist.Dat.L.13, c. 13.

(5) Biblioth. L.l, c. 9.

(6) Intorno alle notizie sloriche relative al pregi dell'ulivo, ed alla venerazione in cui lo hanno tenuto gli uomini, vedasi lo Slapel nei suol commenta Teofrasl. pag. 310. Pier \q[.iot\. Trattalo delle lodi e della coltivazione delVulivo. Firenze 1718. Tavanli (sotto il qual nome si intenda 1’abaie Domenico de Vecchi). Trattalo teorico e pratico sull'ulivo ec. T. 1, pag. 18.

(7) Allo l, verso 687.

(8) I Greci avevano la presunzione di credere l’ulivo unicamente del loro paese ; ed Erodoto (Bistoriar. L. S. c. 82), per non risvegliare la suscellibililàdegli Ateniesi, riporta lale opinione esprimendosi che dicevasi non nascere l'ulivo fuori dell'Allica.

(9) Gli Egiziani traevano l'olio d'oliva, che presso di loro era raro dalla Grecia-, e l'Iuliirco (in Solon, pag. 79 E), ci racconta


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sviluppo di tal ramo di agraria, si pretende doversi attribuire a Cecrope nell'anno 781 anteriormente alla prima olimpiade, cioè 1557 anni avanti l'era volgarc. Per altro tultociò che concerne l'origine dell'ulivo,è involto appresso i Greci in una tradizione mistica e favolosa, che male si può per conseguenza dilucidare (1). Nè sarebbe improbabile che essendovi tanto comune ed indigeno l'olivastro, avessero i Greci tentato di addomesticarlo con più accurata cultura, e con innesti, nel modo che diceva ciò usarsi a suo tempo Teofrasto (2), e cosi migliorarne la razza. Lo che non toglierebbe, che anche dall'Asia minore avessero importate altre varietÀ, che più feraci resero celebre la Grecia per la bontàed abbondanza dell'olio (3)

In quanto poi all'Italia, Plinio (4) riferisce il detto di Fenestella, che cioè l'ulivo non era in Italia nè in Spagna, nè in Affrica al tempo di Tarquinio prisco, vale a dire 133 anni dall'edificazione di Roma ; lo che il lavanti (5) vorrebbe che s'intendesse del pieno allignamento dell'olivo, e della raccolta dell'olio. Ma lo stesso Plinio altrove (6) pur disse, che i Galli irrompenti in Italia vennero per acquistarvi l'olio, le uve, il vino, i flchi ec, e ciò appunto accadde al tempo dello stesso Tarquinio, sicchè la coltivazione dell'olivo vi era ben nota ed estesa. Anche l'Italiaè stata edè come la Grecia abbondantissima nelle sue regioni più meridio-

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che Platone sopperi alle spese del suo viaggio fallo in Egitto, vendendovi il suo olio che portò di Grecia.

(1) Ved.su di ciò Jo. Bapl.Porlae suae villae olivelum ec. Cap. i e segg. Slapel, comm. in Thenphr. pag.310.

(2) Hist.plant.L.2, ci.

(3) V. Tavanli, Trattato teorico e pratico dell’uilvo ec. T. 1, pag. 28.

(4) Hist. nat. L. 14, ci.

(5) Loc. citai, pag. 34.

(6) Hist.nat. L.t2, c. 10.


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Dali e nelle isole, di ulivastri o ulivi salvatici, che non provengono, o almeno non sempre, come taluno potrebbe pensare, da ulivi domestici stativi coltivali e poi insalvatichiti, ma bensi da piante spontanee ed indigenc. Egliè vero che taluno non credè ciò ; e fra questi merita si citi il Prof. Gaetano Savi, il quale nel suo trattato degli alberi (l) fa l'ulivo originario dell'Asia e delle Isole dell'Arcipelago, e dubita che l'olivastro possa essere stato disseminato dagli uccelli. Anche il mio avo Giovanni Targioni-Tozzelti (2) nonè inclinato a creder nostrale l'ulivo, fondandosi sulla delicatezza sua nel risentire le impressioni dei forti freddi di alcuni inverni, nei quali comeè accaduto nel 1849, per citare un’epoca a nostra memoria, gli ulivi si sono seccati in parte o tutti per l'eccessivo e prolungato rigore della stagione iemale ; al qual proposito lo stesso Targioni riferisce una lunga lista di anni freddi micidiali a questa e ad altre piante, cominciandone la serie dall'anno 1009 (3).

Quindi egli conclude che l'ulivo deve essere originario di paesi molto più caldi del nostro. Ma si osservi che Teofrasto (4) ci lasciò scritto, che anche nella Grecia, tanto più meridionale della Toscana, gli ulivi talvolta si seccano per il freddo ; oltre a ciò abbiamo l'esempio di piante del tutto nostrali come gli allori, i lecci, i ramerini, gli oleandri, le mortelle, i melagrani, ed altre sofferenti rigidi abbassamenti di temperatura, che nondimeno si sono seccate per i freddi straordinari del 1510, 1553, 1709, 1849 ec. (5). Laonde non può escludere il nostro clima, l'originalità degli ulivastri,

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(1) EdiE. 2.» T. 2, pag. 129

(2) Alimargia, pag. 32.

(3) Alimurgia, pag. 34. (4) Hist. plant. L. 4, c. 17.

(5) V. i miei Brevi cenni sul freddo ec. del 1849-50, negli Atti dei Georgofili, T. 28, pag. 235. 18


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tanto più che l'estrema Italia non va soggetta ai freddi, della sua parte media e superiore, o più settentrionalc. Oltre a cheè oramai certo per le ricerche fattene dai moderni botanici, e per la grande abbondanza degli olivastri nelle parli più meridionali della nostra Penisola, che questi ulivi salvatici, i quali indubitatamente sono il tipo delle tante varietàd'ulivi domestici coltivati (1), sono piante originarie, indigene, e spontanee del nostro paesc. Laonde non sarebbe fuor di proposito il credere, che i primi abitanti dell'Italia, avessero proflttato dei frutti di questi olivastri per farne l'olio, o avessero tentato di addomesticarli colla coltura per averne questo prezioso liquore, il quale anche col commercio marittimo ritraevano dalla Grecia di qualitàmigliore ; lo che rende eziandio probabile che incitasse a trasferire le razze migliorate ed addomestichile dalla stessa Grecia. Cosiè opinione di vari, ed in ultimo del chiarissimo Bertoioni (2), che gli abitatori dell'Italia importassero dall'EIlenia, non l'ulivo comune, il quale viè spontaneo, ma le migliori di lui razze addomesticate per una più sicura ed utile coltivazionc. Una tal traslocazioneè probabile che avvenisse prima nella Sicilia. Il fallo peròè che Diodoro Siculo (3) lodava le abbondanti ulivete di Agrigento ; lo che dimostra essere ivi stali gli alberi da lunga mano resi comuni. Dalla Sicilia si eslese questa coltivazione nella bassa Italia, poichè Slrabone (4) rac-

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(1) Per tulle queste varietà degli antichi e dei moderni, vedasi in Stapel nei suoi commenti a Teofrasto pag. 310 e seguenti, dove riferisce le varietà conosciute dagli antichi. Vedasi anche il Tavanli nel suo trattato dell'ulivo, T. 1, pag. 53. 11 Micheli nel suo MSS. intitolalo Descrizione e figura delle olive coUivate nell'agro fiorenlino, parla di 46 varietÀ, le quali sono stale riferite nel T. i, pag. 30 del Corso d'agricoltura del Proposto Lastri.

(2) Flor.Ital.T.l, pag. 47.

(3) V. Cluverio, Thesaur. antiq. et Hist. Sac, T. 15.

(4) Geograph. L.4.


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conta che da qui i Liguri traevano l'olio che loro mancava ; e da questo si vede come dal mezzogiorno si propagasse la coltivazione nelle parli superiori dell'Italia. Plinio (1) narra che negli anni 505 dall'edificazione di Roma, sotto il consolato di Appio Claudio e Lucio Giunio, l'olio vendevasi dodici assi la libbra, e che nell'anno 680 con un asse se ne compravano dieci libbre ; ed aggiunge che dopo 22 anni nel consolato di Pompeo Magno, l'Italia mandò l'olio nelle provincic. Dal che si vede quanto incremento in poco più di un secolo acquistasse la coltivazione degli ulivi, dei quali molte erano le varietàfin d'allora conosciute (2). L'Etruria ebbe forse contemporaneamente ai Romani le buone qualitàdi ulivi, notando Gio. Targioni Tozzetti (3) che Macrobio (4) nomina certe ulive coltivate ai suoi tempi, cioè nel secotoXV, le quali dai nomi loro potrebbero credersi originarie di varj luoghi marittimi dell'Etruria ; ed i nomignoli di Uliveta, Uliveto, Oliveto, ripetuti in più luoghi della Toscana, fanno conoscere abbastanza l'estesa coltivazione che vi era di tal pianta nel medio evo (5). Che poi essa sempre più si estendesse, lo fa certo il gran bisogno d'olio che se ne aveva nelle fabbriche di tele di lana: per le quali ingente quantitàse ne consumava in Firenze ed altrove, tutto prodotto nel paese nostro (6). Molte sono le varietàdegli ulivi coltivati in

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(1) Hist ital., L. 18, e 13.

(2) Per queste varielÀ, v.OlCaviano Targioni-Tozzetli, Lezioni d’agricollura, T. 4, pag.6.

(3) Selva di Notizie sull'origine e progr. delle Scienze fisiche in Toscana, MSS. vol.l, carie 330.

(4) Saturnali, L. 2, c. IG.

(5) Per questi paeselli quasi omonimi, v. Repelli, Dizionar. slor.geograf. ec. della Toscana, pag, 607.

(6) Il Gallesio, nella suii Pomona italiana, articolo ulivo gentile, dice che il Muriitori trovò dei documenti, dai quali si può rilevare che nel IX secolo, l'olio formava uno dei più importanti prodotti del territorio Pisano.


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Toscana, intorno alle quali merita essere consultato il Trattato teorico pratico completo suirulivo ec. di Giuseppe lavanti. Oggigiornoè inutile l'avvertire quanto la coltivazione di si preziosa pianta sia stata estesa, giacchè ognuno di noi conosce tante piaggie una volta boschive, o incolte, ridotte a magniflcbe ulivete, dove la temperie locale dell'atmosfera lo poteva comportare.

Vitis vinifera

Nè diverso dall'ulivo si può dire lo sviluppo della coltura di un'altra pianta, che è pur ricca col suo prodotto, ed estesamente coltivata, vale a dire la vite, vitis vinifera dei botanici, appartenente alla famiglia delle ampelidee.

Le viti si debbono considerare e per la loro grandezza e per la loro longevitÀ, come alberi, vites iure apud priscos magnitudine quoque inter arbores numerabantur (1). E di esse può dirsi lo stesso che degli ulivi, poi-

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(1) Plin. hist. nat.L. 14, c. l. Per la grandezza alla quale possono pervenire le viti, abbianao molli esempi. Lo stesso Plinio ricorda una gran vile che era a Roma nei Portici di Livia, la quale adombrava lutto quel luogo destinalo a passeggiarvi, e forniva annualmente 22 anfore di vino (.316 litri, o barili 9 circa). Dice anche di aver Visio a Populonia un simulacro di Giove, fallo con un tronco di vile ; che a Marsilia vi era una gran lazza di vite ; che le colonne del tempio di Giunone in Metaponto, e la sra'a di quello di Diana Efesia, erano di grossi tronchi di vilc. Il Soderinl nella sua CoUivazione delle vili, pag. 118, ricorda essere in Portico di Romagna una vite che si estendeva per lOOO braccia ; e nota eziandio altre vili mirabili per la grandezza. Lo Zanon nelle sue lettere dell'agricollura e commercio, T. S, pag. 239, ne cita due grossissime nella Cereria di San Girolamo a Venezia, nella qual cittàne ho vedute anche ora in alcune piazze delle grandissimc. Nelle memorie dell'Accademia Reale di Parigi del 1737, pag. 73, si parla di una vile di m(»scadello a Balangon di grandissima estensione, e cresciuta presto, che dopo 20 anni faceva 4206 grappoli. Giovanni Targioni-Tozzetti, nei suoi Viaggi ec. T. 3, pag. 389, parla di una sterminala vile da lui veduta presso la vecchia Pieve a Morba, che ora non vi esiste più ; ed al T. 4, pag. 208, ne cita altra grossissima nelle boscaglie presso Montebamboli, il di cui tronco non si poteva abbracciare da due uomini. Il Sanli nei suoi Viaggi, T. 2, pag. 20, racconta averne trovala una vicino a Caslellollieri in Maremma, svelta da un turbine nel 1787,


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che sono piante indigene e spontantanee dell'Italia e delle sue isolc. Infatti le labrusche, o lambrusche, o anche viti zampine ed abrostoli, come si dicono in differenti luoghi (1), abbondano nelle nostre Maremme ed in altri sili d'Italia (2), crescendovi enormemente e producendo gran quantitàdi uva piccola e più o meno dolce, e bianca e nera, colla quale se ne può fare vino bastantemente buono (3) come lo dice anche Pier Crescenzio. Queste viti selvatiche e spontanee, sono il tipo primitivo di tutte quante le razze e varietàdi uve, che ovunque si sono coltivate e si coltivano tuttora (4), per quanto Baldassarre e Michele Campi (5) abbiano su di ciò diversa opinione, dicendo, che non si possono queste viti salvatiche migliorare colla coltivazione, e che tutte le viti che

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il cui tronco ora esiste nel vestibulo del Giardino botanico di Pisa, della circonferenza di S piedi e mezzo. Anche II La Brelonniere, Ecote du Jardin. fruii, ediz, 2, T.2, pag. 403, cita degli esempi di vili grossissimc. Le porte della cattedrale di Ravenna sono di legno di vitc. io ho citato nel Dizionario d'istoria naturale tradotto in Firenze e stampati* dal Batelli al T. 8, paa ;.4lO, all'articolo cronologia botanica, due grandissime viti vicino a Figline nel Valdarno di sopra, della circonferenza di 5 piedi ; e dirò anche che in un cortile della mia casa in Firenze, eravi un'antichissima vite di uva di tre volte, la quale col suo tortuoso’tronco della circonferenza in basso di quasi 4 piedi, saliva al parapetto di un terrazzo al quarto piano, ed era lunga braccia 30. Questa vite fu tagliata nel 1806. La grandezza di tali piante attesta ben anche della loro longevità ; intorno a che può vedersi ciò che ne disse Adamo Fabbroni negli Atti dell'Accademia dei Georgonii, T. 3, pag. 347, per quanto sia relativo alle viti tenute ai filari nei campi. Anche nei grappoli talora si sono avute delle grossezze notabili, come fu quel grappolo cheè dipinto nei quadri dei frutti mostruDsi, citati dal Lastri nel suo Corso d’agricoUura, T.5, pag. 222. Il qual grappolo pesava sedici libbre e mezzo.

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(1) Molti altri nomi si danno a queste viti ed uve salvatiche, i quali possono vedersi nel Dizionario botanico italiano del professor Ottaviano Targioni-Tozzetti, T.2, pag. 235.

(2) V.Bertoloni, Fior. Hai. T.2, pag. 673.

(3) V.Giovanni Targioni-Tozzetti: Viaggi ec.T.3, pag. 30.

(4) Bertol, Flor. ital L. e.

(5) Spicilegio botanico pag. 103.


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si coltivano in Europa, Asia, Affrica, furono portale dalle Indie Orientali, nelle cui Isole Bari e Azzorre crescono spontaneamente ; e questa sentenzaè concorde a quanto su questo medesimo proposito lasciò dello Plutarco (1). La qual cosa, seè vera in parte per alcune speciali varietà che a noi pervennero per la via della Grecia, non può dirsi per la generalitàdella coltivazione delle viti, collo scopo di ottenere vino (2). Questa coltivazione di fattoè tanto remota nella sua origine, riferendosi a Noè dalla Bibbia (3) e perdendosi presso gli altri scrittori nei tempi favolosi, poichè fu attribuito ad Osiride tale usanza da Diodoro Siculo (4), ed a Saturno da Servio (5), e sapendosi che nei più anlichi tempi l'Italia fu chiamata oenotria a cagione del vino ohe vi si produceva (6). Ma oltre a ciò le vigne erano frequenti nella Palestina, come si rileva da più passi della Sacra Scrittura ; lo che tutto insieme ci fa credere essersi dalla coltivazione delle lambrusche a poco a poco migliorata la razza, e che perciò a seconda delle circostanze che influiscono ad addomesticare e variare tanti frutti salvatici, anche queste vili indigene abbiano dato origine alle tante varietà che

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(1) Utriusq. maior ulilit. aquae aulignis sii in Opera, pag. 36S.

(2) Molte vili nascono nella Mingrelia provincia dell'Asia, ctie fa parie della Colchide ossia Georgia, dove vengono grosse e danno buon vino, secondo il L ;i Bretonniere (Ecol. du Jardin. fruii. 2.* edlz. T. 2, pag. 408), cosicchè si potrebbe credere, che di làmolle ne passassero in Grecia.

(3) Genesi 9, 20 Caepilq uè Noe vir agricola exercere lerram et plantavil vineam.

(4) Biblioth L. 1, c. 2.

(5) Virgii.cum cominent. Servii ec., Aeneid. L. 3, V.163.T.1. pag. 316 ec., Aeneid. L. 6. v. 178.T.2, pag. 814.

(6) V. Strabone, Geograph. L. o, Virgil. Aeneid. L. 1, v. S30. Oenolfiam diclarn fuisse allcslanlur hisloriac. Baccio, de natur. vinor. Hist. L. l,pag. 4. L'abbondanza del vino nei secoli più remoli richiamò le invasioni dei Galli e dei Goti, per eterna disgrazia del nostro paese, In proposilo di che vedasi Girolamo Maggi. Variar, leclion. sive misccllan. L. 3, e, 12.


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ne abbiamo, io ragione dei differenti paesi. Tutti i vitigni di qualsisia sorte di uve, si alterano secondo la qualitàdel paese, del sito e del terreno, come dice il Soderini (1), e presso a poco ancora il Baccio (2) affermando lo stesso.

Gli antichi Romani avevano ed apprezzavano una gran quantitàdi vitigni, che distinguevano con nomi speciali, e che forse avremo anche nei nostri campi al presentc. Plinio ne ricorda 80 qualitÀ, e fra queste non poche proprie della Toscana ; ed anche molte si trovano rammentate da Virgilio, da Golumella, da Varrone, da Macrobio, e da altri latini scrittori, ma cheè impossibile riconoscere fra quelle di presente coltivatc. Tuttavia si pretende che fra le uve di Plinio (3) e di altri latini geoponici, ve ne siano che corrispondano alle attuali nostre, secondo il Feè (4), il Gallesio (5) principalmente, ed altri. Eccone un qualche esempio.

1." L'uva apiana di Plinio, o apicea di Catone, si crede un moscadello venuto di Grecia secondo il Gallesio, e pare che molte varietàdi moscadelli che ora si conoscono, siano ad epoche ignote e diverse, stati importali a noi dall'Arcipelago.

2.® L'uva ambrosiaca, che sia qualche varietàdi moscadello.

3.° L'uva graecula, l'uva passa di Corinto.

4.° L'uva rhaelica, l'uva passa di Spoleto, senza fiocini, simile a quella di Corinto.

5." L'uva venicula, sircula, e stacula, la marzemina dei Veneziani, secondo il padre Harduino.

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(1) Coltivazione della vile, pag. i20.

(2) De nalur. vinor. hislor. L. 1, c. 7, pag. 10, e L.3, praefat. pag. 89.

(3) Hist. nat. L. 14.

(4) Nola al Lib. 14, di PIid.T.9, pag. 281, del Plin. tradotto in francese, edizione di Pankoake.

(3) Pomona italiana.


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6." L'uva dactyliles, forse l'uva galletta.

7 ° L'uva trifera, l'uva di tre volle, proveniente (la Schio secondo il Gallesio.

8,° L'uva Picina, forse l'uva colore.

9." L'uva trebulana, il Trebbiano, luogo dell'agro Lunense secondo il Baccio, e dalla quale uva fassene eccellenle vino, ritenuto dal Tassoni (1) come prelibatissimo.

Molte altre ve ne sono dai geoponici succitati ranamentate, coi nomi dei paesi da dove erano state introdotte, come la bilurgica da Bordeaux ; \aphaia dall'Illiria ; la prusina da Prusa o Brusa nell'Anatolia presso il Monte Olimpo ; Vaegios, da Aegia cittàdell'Acaja presso Corinto ; Valexandrina da Alessandria nella Troade ; Vaminea che era molto reputata, e che secondo Macrobrio (2) proveniva dal paese degli Aminei nella Campania vicino a Falerno, e varie altre (3). Dal che si vede che gli antichi ebbero cura d'introdurre in Italia 1 migliori vitigni degli altri paesi, come lo accerta l'Olivier de Serres (4). E quest'uso seguitò poi sempre, ma specialmente fra noi in Toscana, al tempi di repubblica, dove sembra che le viti fossero collivafe in antico a vigne piuttosto che a filari, e ciò tanto in poggio che in piano, come abbiamo dai nomignoli di vigna di S. Simone, vigna S. Pancrazio, ora comprese nel secondo cerchio di Firenze, ed allora fuori del primo cerchio, e come si vede in molti

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(1) Secchia rapila, Canto II, ottava 63.

(2) Salumai. L. 2, c. 13.

(3) Per le provenienze dei vini e vitigni dicrerenti nell'antica Italia, può veilersi quanto ne dice Ortensio Landi nel suo Commentario delle più nolabili e moslruoie cose d'Halia e allri luoghi, di lingua Aramena in lUdiana IradoUo. Con un breve catalogo degli iuvenloii delle cose che si mangiano est bevono, nuovamente ritrovato fS54, p. 67. Vedasi ancfie in proposilo di uve e vini dell'anlica Italia, ciò clie ne dice Filippo Re nel suo Saggilo storico dell'Agricoli, antica ec. g. 5. pag. 222.

(4) Theatr. d'agricult. Paris 1608, pag. 130.


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contratti e diplomi (1), ed oltre a ciò, come si potrebbe giudicarne da tante denominazioni che abbiamo di luoghi, tali che vignole, vignale, vignaio, vigoone, vigna, vigneta ec. (2). Molti antichi scrittori nostri italiani, ramnaenlano più e diverse qualitàdi uve che si coltivavano, e basta citare in riprova di ciò il Crescenzio, il Soderini, Agostino del Riccio, il Baccio, il Tanara ec. Nella novella ÀŒTÀŒ Franco Sacchetti cita alcune specie di uve usate a suo tempo, tali che l'uva angiola, la verdolina, la sancolombana, la cimiciattola ec. ; e da esso pure si rileva, che prima dell’anno 1383, Messer Vieri dei Bardi, fece venire da Portovenere la Vernaccia di Gorniglia (3). Nel 1280 per altro. Perone Peroni Sangimignanese aveva fatto venire dalla Grecia, ove esercitò la mercatura, i maglioli di altra Vernaci eia, egli fece piantare nei suoi possessi di Pietrafltta, contado di San Gemignano, donde il vino reputatissirao che se ne faceva prese il nome di Vernaccia di Pietrafitta o di San Gemignano (4). Ser Alamanno Salviati fece venire di Grecia i vitigni del moscadello grosso o zibib-

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(1) Giov. Targioni-Tozzelli, Selva di notizie goli'origine e progressi delle Scienze fisiche in Toscana. MSS. voi 4, Carle 1609. Idem Notizie sulla Storia delle Scienze fisiche in Toscana, Firenze 18S2, pag. 129.

(2) V. Repelli, Dizionario Geografico, Storico ec. della Toscana T. 5, p. 767 e sesg.

(3) V. Gio. Targioni-Tozzelli, Trodrom. della corograf. e topografia fisica della Toscana, pag. 92. Notizie sulla storia delle Scienze fisiche in Tosc ;ina, p ;ig. 130.

(4) V. Coppi, Ann. di S. Gemignano pag. 171, e Uomini illustri di S. Giminiano pag. 216. Gio. Targioni-TozzeKi, Prodr. della corograf. ec. della Toscana pag. 216. Notizie sulla storia delle scienze fisiche in Toscana pag. 130. Questo vino fu lodato dal Platina, De re culinaria pag. 10. Da Giorgio Vasari, Ragionamento ec. nelle sue opere cdiz. Passigli 1832 e 1838. P. 2, pag. l-i04. Dal Redi nel suo Ditirambo vers.SSi. Il Baccio peraltro pare che non bene conoscesse questo vino, quando scrisse di quelli di S. Geminiano, De natur. vinor. hist. pag 222 e 304.


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bo bianco, che da lui prese il nome di uva salamanna (1), la quale taluno riferisce al bumastos dei Greci (2). Di questa ne parla il P. Agostino del Riccio, il quale in molli luoghi della sua Agricoltura teorica manoscritta nomina per di più moltissime uve coltivale a suo tempo, fra le quali olire la delta salamanna, l'uva senza fiocini di Colombiano (cioè senza semi) ; l'uva pergolese o duracina, la stessa forse di quella di Plinio ; l'uva galletta, che probabilmente come sopra ho avvertitoè l'uva dactijlites dei Latini ; e l'uva da fendere bianca, che avverte essere diversa dalla salamanna, e che molto verosilmenteè la nostra uva regina. Bernardo Vecchietti sotto il regno di Cosimo I fece venire di fuora via molti vitigni particolari per la sua villa il Riposo (3), lodala e descritta dal Borghini nel suo libro intitolato appunto il Riposo (4). Paolo Mini (5) ci fa sapere che Ferdinando I de'Medici Granduca di Toscana, fece venire molti vitigni dalla Corsica, dalla Sicilia, da Napoli, da Candia e dalla Spagna. Ferdinando II, fece venire da Provenza il claretto (6). Cosimo III fece egualmente venire molti vitigni nobilissimi di lontano, e coltivare nelle famose vigne di Castello, della Topaia, di Careggi, d'Arlimino, delle Ginestre ec. (7). In riprova di che può vedersi un trattato delle viti che si coltivavano, non solo nel piano e distretto di Firenze, ma anche per tutta la Toscana, si

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(1) V. Agostino del Riccio, Agric. Sperino. MSS. voi. 1, carie 235, e voi. 2, carie 724. Gio. Targioni Tozzelli, Prodr. delia corograf. ec. pag. lll.Gallesio nella sua Pomona ilaliana dice non conoscere l'etlndologia del nome salamanna.

(2) V. Conlinuaz. degli AHI de’Georgofili, T. 8, pag. 243.

(3) Targioni Tozzelli, Prodr. della corografia e topografia ec. pag. 104. Osservai. Fior. T. 4, pag. 190.

(4) Il Riposo di Raffaello Borgliini, Firenze 1230, pag.

(5) Discorso della natura del vino e sue differenze, T. V. p. 91.

(6) aedi, Leller. a Vincenzo Fillcaia dell’8 maggio 1684 nelle Opere, ediz. di Firenze, T. 4, pag 189.

(7) Gio. Targioni Tozzelli, Prodr. ec. pag. 133.


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nostrali che foresliere, di Pier Antonio Micheli manoscritto inedito, nel quale descrive 211 varietàd'uve, 150 delle quali furono fatte venire dal soprannominato Granduca dall'Asia e da varie provincie d'Europa. La maggior parte delle frasi descrittive di queste uve,è resa pubblica da mio padre nel suo Dizionario botanico Italiano, agli articoli uva e vili (1), e da questo elenco può vedersi quanta ricchezza di svariati vitigni fosse in Toscana fin dal XVII secolo. D'allora in poi, seguitando l'esempio ed il gusto introdottosi per questo lusso agrario, non mancarono persone nel tratto successivo, e fino ai giorni nostri, che sempre più procurassero di importare in Toscana dagli altri paesi le uve più decantate, delle quali anche il Granduca Pietro Leopoldo d'Austria di venerata ricordanza per la Toscana, non mancò di farne venire non poche dall'estero, che si coltivarono nel R. Giardino di Bobuli. Di modo cheè impossibile il tener dietro alla storia di queste introduzioni, che sempre più hanno arricchito un cosi pregevole ramo della pomona Toscana (2).

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(1) Dizion. Boi. [tal. T. 1, pag. 280. T. 2, pag. 236.

(2) Nel 1831 trovai a Ginevra una gran quantità di varietà di viti particolari a diversi paesi, ctie si coltivavano in quel giardino botanico riunitevi dal celebre Pirarao Decandolle, il quale gentilmente alla mia richiesta me ne favori i maglioli, che piantai nel nostro giardino dei Semplici. La nota di queste vitiè nel Catalogo delle Piante coltivale nell'orto Botanico Agrario dellodei Semplici in Firenze dell'anno 1841 ; e di queste ne tio date i maglioli a diversi amatori. Nell'occasione della pubblica esposizione del prodotti naturali ed industriali della Toscana, fatta nel 1830 in Firenze, si veddero messe alla pubblica mostra molte qualitàdi uve Inviale da Corniola presso Empoli dai Sigg. Fratelli Salvagnoli, altre ci furono inviale dal Marchese Cosimo Ridolfi, d'origine Americana, ed altre da altri zelanti pomologi delle quali la nota può vedersi nel rapporto di della esposizione alla pag. i32. Anche nella prima esposizione fatta in Firenze nel settembre 1832, si veddero moltissime qualitàdi uve, le quali tutte attestano la gran quantitàdi uve differenti che si coltivano in Toscana al presentc. Sarebbe perciò mollo utile che fossero fra loro


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Degli alberi che servono a dar frutta per le seconde mense, l'attuai nostra coltivazione siè sempre mantenuta in progresso, fin dai secoli decorsi ; e ciò mercè lo zelo di alcuni possessori che sempre si sono dilettali di questo piacevol ramo di agricoltura (1).

Gli antichi Etruschi ebbero cura di coltivare alberi fruttiferi in abbondanza, come grande attenzione posero per l'agricoltura in generale (2), secondo che lo attestano Strabone (3), Diodoro Siculo (4), Polibio (5), Dionisio Alicarnasseo (6), Tito Livio, che dice opulenta arva Elru^ riae (7), Varrone (8), e altri. I Romani attribuirono il merito del ritrovamento della coltivazione di tanti frutti a Giano, il loro miglioramento ed ampliazione a Vertunno lodato da Properiio (9), ed a Pomona, tutti tre venerati come Deitàdai predetti Etruschi ; lo che fa conoscere l'antichitàdi questa parte di agronomia in Italia, da perdersi nei tempi favolosi. Gli antichi Romani pari-

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confrontale, indi esaminate e descrille, per stabilire bene la loro nomencialura, ora troppo vaga e la vera differenza. Cosi si verrebbe a sodisfare ad un bisogno sul quale il Roxas, l'Acerbi, il Kolenali, il Tenore ed altri hanno insistilo, dando degli esempi per la classificazione che ne proponevano ciascuno separatamente.

(1) Vedansi in riprova di ciò i cataloghi delle frulla differenti esibite da diversi particolari nella pubblica esposizione fatta nel 1850 e di sopra citala, nel rapporto stampato alla pag. 127 ; e vedasi anche il catalogo delle frulla colliv. nei pomari di Barbacane del Professore Comm. Pietro Betti, negli Atti dei Georgofili T. 29, pag. 73. Anche l'esposizione d'orticullura e giardinaggio nel 1832 fu esuberantemente ricca di frutte differenlissime, come può vedersi nel rapporto pubblicalo della medesima esposizione.

(2) Vedi Demslero, Etrur. Re,3.c,36.

(3) Geographia L. 3.

(4) Biblioth L. 3, pag. 3 16.

(5) Historiar.L.2.pag.l32.L,3.c.l4.pag 120.

(6) Antiquit.Romanae L l.c.38.

(7) Uist. Decad. 1. L. 9. Dec. 3. L. 22.

(8) De re rustica L. l.c.2. non arboribus consUa Ualia est, ut loia pomarium videulur ?

(9) Lib. 4 Eleg. 2.


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nicDle ebbero molta cura nel procacciarsi buone fruita ; ed in Plinio, non che in altri Geoponici latini, a lui ben anche anteriori, si trovano indicate non pcche varietàdi pere, di mele, di ciliegie, di susine, e simili, le quali è credibile che nella maggior parte siano passate fino a noi. Contuttociò nonè possibile sopra semplici e vaghi nomi lasciatici, e senza descrizioni di sorte alcuna di tante frutte, non escluso le olive e le uve, di cui sopra abbiamo parlato, che si possano raccapezzare le corrispondenze colle frutta ora conosciute da noi. Infattiè certo che alcune ignote agli antichi, sono slate introdotte dai più moderni ; e da un altro lato, molto verosimilmente talune conosciute dagli antichi si sono sperdutc. Laonde a riserva di poche che si riconoscono essere le stesse dei secoli passati,è tempo perduto di ricercarne la sinonimia corrispondente, perchè dirò col Gallesio (1) è un vecchio errore la mania di voler trovare nelle opere degli antichi, tutti i frutti che deliziano le nostre mense.

Dando ora una breve scorsa a quelle principali specie e varietà di frutta coltivate fra noi attualmente, ne dobbiamo distinguere quelle poche, che spontanee nel nostro suolo italiano sono state migliorate, e quelle che esotiche ci sono stale importate a varie epoche.

E qui giova avvertire come in Toscana in tempo di Repubblica contribui all'aumento dell'agricoltura, che molti nobili e signori di contado erano sospetti al popolo basso, e sdegnando fare i mercanti, vivevano nelle loro terre per quiete e sicurtÀ, ed attendevano a far ben collivare la terra. Il popolo grasso, cioè i mercanti occupali al traffico, gli altri alle m.agislrature, nelle feste passavano per riposo alle loro ville suburbane, dove se ne accrebbero perciò moltissime, che poi fecero maraviglia a Carlo F",

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(1) P(tmon. Kal. ari. uva nioscadolln nera.


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all'Ariosto, ed a Francesco Marchi insigne architetto bolognesc. Quivi procurarono fare giardini, coltivazioni varie, facendo venire molte piante d'ogni paese, ma di molte frutte fatte venire specialmente di Grecia, non si sa chi le introducesse (!). Anche Agoslioo del Riccio nel suo manoscritto saW Agricoltura sperimentale (2) assicura, come gli antichi mercanti fiorentini che avevano case di commercio in molti paesi, facessero venire facilmente da ovunque le migliori qualitàdi frutti per coltivarli nei loro possessi suburbani. Rilevasi anche la copia di frulli differenti che si coltivavano nella campagna di Firenze nel XV secolo, da un capitolo in versi di poeta anonimo, manoscritto inedito, esistente nella libreria Magliabechiana (3) intitolalo Capitolo sopra la mensa per presentare le frutta ad un convito, dove si rappresentano tre panieri ripieni, uno di molle quantitàdi uve, fichi, pere, mele, cedri ec, in altro canestro molle varietàdi cilie gè, di susine, di pesche, albicocche ec., e nel terzo mandorle, noci, melarance, luoiie, castagne, ed altre più vili frutta ; dal che si viene ad avere un catalogo di ciò che usavasi in questo genere a quell'epoca. La cosa njedesima si rileva anche da un altro capitolo di Bernardo Giambullari dopo la mensa, nel quale si parla dei frutti in uso in quei tempi, e coltivati nel fiorentino (4).

Ma venendo più particolarmente a dire di ciascuna di queste specie di frutta, ne abbiamo diverse che sono indigene e spontanee-, come ho detto, del nostro suolo italiano, le quali sono servite di tipo per migliorarle

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(1) Gio.Targioni-TozzeUi, Selva di notizie sull'origine e progr. flelle scienze nsiciie in Toscana MSS. voi. 4, fasc. 2. carie 979.

(2) Voi. 1 carie 22t.

(3) À‰ riportalo da Gio. Targioni-Tozzelli nella sopra citala opera MSS. Sull'origine delle scienze fisiche in Toscana all'Appendice del voi. S, a carie 179i) ; ed io ne ho presso di me una copia falla fiire dallo stesso Gio. Targioni mio avo.

(4) V. Gio. Targioni-Tozzelli. Prodromo della corograf.cc. p.88.


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colla accurata cultura, cogli innesti e con altri mezzi, e ridurle a varietàmangiabiii, e desiderate ; giacchè dirò con Ippocrale (1): Mihi sane haec omnia agrestia fuisse videntur, verum ea homines cultura mitia reddiderunt.

Fra le specie indigene abbiamo le pere e le mele in primo luogo, appartenenti allo stesso genere Pyrus, ambedue per Linneo.

Pyrus communis

Il pero pyrus communis dei botanici moderni, detto dai più antichi pyrus pyraster o syheslris, volgarmente si chiama peruggine, e trovasi spontaneo in tutti i boschi alpestri dell'intera Italia (2). Lo stesso parimenteè del melo pyrus malus, dimodochè tutte le varietàconosciute e predilette di pere e di mele, che ora conosciamo, sebbene tanto differenti per le forme, grandezza, colore, sapore, ed epoca della maturazione, provengono nonostante dalla cultura e miglioramento di tali specie salvatiche e nostrali.

Cultus et in pomis succos educat acerbos Fissaque adoptivas accipit arbor opes (3).

Cosi secondo l'industria dei coltivatori, e secondo le altre favorevoli circostanze di suolo e di clima, essendosi formate le varietàdifferenti più o meno ricercate, fin da remoto tempo si procurò di raccogliere in Italia anche dagli altri paesi le qualitàmigliori. Abbiamo infatti che Plinio (4) ricorda da 39 pere svariate, conosciute presso i Romani (5), indicandole coi nomi che spesso hanno relazione, o con i paesi dai quali furono fatte venire, o colle persone che si dettero la cura di

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(1) De raorbis L.4, pag. 499 edit. cuna Foes.

(2) Il Sickler nella Slor. gener. della culi, degli alberi frullif. lo nega ; ma Filippo Re invece lo sostienc. V.Ann. d'Agric. del Regno Hai. T. 20, pag. 250. Berlol. Fior. Hai. T. 8, pag. 165.

(3) Ovid. De medie, faciei, v. 5.

(4) Hist. nat.lS.c.lS.

(5) Catone annoverò 7 qualitàdi pere, e Colunoelia 17.


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importarle (1) ; ed alcune di queste pere sono egualmente ricordate da Virgilio, da Catone, da Columella, da Giovenale, da Macrobio ec. Il Feè (2) ne riduce certune a qualche varietà coltivata in Francia ; ed il Gallesio nella sua Ponaona, ad altre coltivate in Italia ; come a modo d'esempio la pera che Plinio chiama amerina seroUna, è la pera S. Tommaso ; la lactea la pera perla, ma il Micheli la crede la pera bianchetta ; la dolabelliana,è la buoncristiana d'inverno ; la falerna succosa, la pera bergamotta ; la favoriana rubra, la moscadella grossa ; la superba parva, la moscadella piccola,la hordearia, la moscadella comune ; la mustea una varietàdi buoncristiana ; la picena o picenlina, la pera spina ; la pompeiana mammosa, la pera campana ; \avmdis la spadona vernina, la quale il Gallesio considera come di un'esistenza remotissima in Italia ; la myrapia, la pera giugnolina ; la volema, la buoncristiana, la quale non corrisponderebbe secondo il Gallesio con quella del Ruellio(3), che per il primo ne trattò, e che fu fatta portare di Francia a Napoli da Carlo Vili nel 1495, non si sa di dove (4). Dalle quali poche citate in esempio, si vede come si conservino ancora talune delle stesse qualità dagli antichi

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(l) Su quoste denominazioni delle pere, dai luoghi, dagli autori, dal tempo della loro maturazione, dai colore, dall'odore, dal sapore e grossezza ec. vedasi Imslon. de Avboribm, pag. 33.

(2) Nola 106 al Lib. lo di Plinio, Irad. in fraiiccic. ediz. di Fankouke, T. 9, pag.470.

(3) De Natura Slirpium. L. 1, pag. 307.

(4) Il La Breloniere nel suo libro L'ècole da jardin. fruii. eA. 2, T. 2, p. ooO, dice che fu detta cosi secondo il parere del Saint Quintine, perchè fu conosciuta in Francia sul principio del cristianesimo ; che alcuni credono vi fosse importala dall'Ungheria ; ed altri che S. Francesco di Paola, chiamatovi da Luigi XI, ve la trasportasse dalla Calabria ove era abhondanlissiina, e che perciò dal detto santo, che aveva il soprannome di buon crisliano, questa pera ne prendesse il nome da lui. Ciò non sarebbe improbabile, se questa pera fosse la dolabelliana dei Latini, e quindi mollo coltivala in Ilalia, e che poi vi fosse di nuovo Importata più lardi dalla Francia col nome di buoncristiana.


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coltivate, e forse anche molte altre di cui siè perduta ia vera corrispondenza (1). Ma oltre quelle qualitàdi pere, che potevano essere state ereditate dagli Etruschi e dai Romaoi, i nostri maggiori non mancarono di far venire dagli altri paesi quelle razze che passavano per eccellenti, e che a loro mancavano. E qui in proposito di pere, mele ed altre fruita, ricorre appunto ciò che sopra ho detto, della premura degli antichi mercanti toscani in tempo di repubblica, a procacciarsi dall'estero quelle qualitàche mancavano, e quindi dopo come i vari Granduchi delia casa Medicea fossero anche in questo genere solleciti ad arricchirne i loro giardini, infatti il P. Agostino del Riccio (2) ci informa, che Cosimo I fece venire molte qualitàdi frutte da esteri paesi, dilettandosi di polare e innestare da sè le piante, e che ad esso si deve l'introduzione dei frutti nani. Nonè guari ( egli dice) che in questa cittàdi Firenze sHncominciassino a fare belli campi di fruttati nani. Il primo che dessi cosi laudevole usanza di porre, fa il Granduca Cosimo I. Oltre di che lo stesso del Riccio ne avvisa, che sotto il regno di detto Cosimo, Benedetto Vecchietti, nella sua villa al Paradiso, fuori la porta S. Niccolò, detta il Uiposo, lodata dallo stesso del Riccio, dal Borghini(3)e da Francesco Bocchi (4), introdusse varie spe-

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(1) Per molte denominazioni delle pere presso gli anticlii ec. Vedi Ardrovandi, Z>en(iroioflf?a, L. 2, pag. 381 ; e le Meraor. perla storia dell'Agricoli, dei Diparlimenlo del Tronto del Prof. Orazio Valeriani, negli Ann. di Agric. dei Regno Italico di Filippo Rc. T. 19. pag. 139 ; ed il Breve ragionamento dello stesso Filippo Re negli Annali siiddelli. T. 20, pag. 230 e 232.

(2) AgricoUura teorica, MSS.acarle 36. V. Anche Gio.Targioni Tozzelti, Prodr. dcUu corografia e (opogr. fisica della Toscana, p. 103, e l'Osservatore fiorentino, T. 8. pag. 18.

(3) li Riposo di RalTiielio Borghini, pag. 9.

(4) Ciò lo fece in una lettera ialina scritta nell'Oltobre 1373, la quale è riferita da Gio. Targioni Tozzetti nel citalo MSS. Sriva di noliz. ^iiU'oiig. e progr. delle scienze fisiche in Toscana, voi. 7, fasc. 2, c. 882


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cie e varietà di frutte, alcune delle quali presero da lui il nome come più sotto vedremo. Ed a maggior conferma di quanto la Casa Medicea giovasse a questa propagazione di frutti, abbiamo Pietro Antonio Micheli, che in un suo manoscritto inedito, intitolato Lisia delle frutte che giorno per giorno dentro l'anno sono portate alla mensa deWA. R. del Serenissimo Granduca di Toscana (Cosimo HI), descrive 209 varietàdi pere diverse ; ed in altra opera manoscritta inedita intitolata: Enumeratio rarioriim plantarum, ne cresce il numero fino a 232, le quali erano coltivate nella maggior parte nei giardini reali e nella campagna fiorentina. Molte di queste furono fatte dipingere a olio, per ordine dello stesso Granduca, dallo Scacciati e dal Bimbi, in tanti quadri con altre frutta, per adornarne le Regie Ville della Topaia, dell'Ambrogiana e di Careggi, da dove poi passarono in quella di Castello, e poi al R. Museo ove ora sono (1), e nei quali quadri se ne vedono dipinte 111 varietàdiversc. Di una gran parte di queste pere mio padre pubblicò nelle sue Lezioni d'agricoltura, e nel Dizionario botanico italiano (2) le frasi descrittive datene dal Micheli. La pera vergolosa, notata anche dal Micheli, fu cosi detta da Virgoule villaggio vicino a S.Leonardo nel Limosino, dove al dire del La Bretonniere (3) restò molto tempo senza spandersi altrove, cosicchè parrebbe che di làfosse stata trasportata in Toscana per cura dei Granduchi Medicei. Della pera Dorice di Portogallo, ne furono fatti venire i nesti da Cosimo IH, per propagarla nella villa della Topaia, ed avendo speso per acquistarla 100 doppie d'oro, fu perciò in seguito chiamata pera cento dop-

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(1) V. Il catalogo di qucsle frulla nel Laslri Corso d'agricoli. T. 5, pag. 189, e nel Lunario dei conladini del 1777, pag. 171.

(2) Ottaviano Targioni Tozzetti, Lezioni d’Agricoli. T. 3, |).40, Dizion. botanic. Hai. T. 1, pag. 191.

(3) Ecole du jardin. fruit., ediz. 2.» T.2, pag. 326.


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pie, ed ancora con tal nome si conosce (1) ; più anche con quello di pera Ducale o del Duca.

Malus domestica

Le medesime osservazioni possono applicarsi alle mele, le quali alcuni pretendono che venissero in Italia dalla Media, e che i Falisci, ossiano gli abitanti di Montefiascone, ne facessero le prime piantagioni formandone dei viali (2). Ma anche qui bisogna ammettere, che ciò fosse in riguardo a qualche varietà particolare, e non alla importazione del genere, poichè come siè avvertilo il pyrus malusè spontaneo fra noi. Gli antichi Romani ne conoscevano alcune varietÀ, e Plinio ne annovera 23 in uso ai di lui tempi, delle qualiè assai più oscura che delle pere la corrispondenza colle nostre attuali, che ora si conoscono (3). Pur tuttavia si vuole che le appiane dei Latini siano le nostre mele appiè o appiole, cosi dette da Appio che le portò a Roma (4) ; la mela appia pijriformis, l'appiolona lunga ; la siriaca ruberrima, la calviglia rossa ec. (5). 11 Micheli nei summentovati due suoi manoscritti, ne descrisse 56 qualitÀ, unendovi anche le figure colorite fatte dal Ghellini, che sebbene siano molto rozze, danno peraltro bastante idea delle fruttc. Le frasi descrittive di queste mele furono del pari riportate da mio padre nelle sue due opere testè citate ; e 52 sono dipinte nei quadri di Castello, come coltivate nei possessi medicei (6). 11 Boccaccio (7)

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(1) Laslri, Corso d'agricoli. T.3, pag. 27.

(2) La Brelonierc. Ecol. du Jard. ed. 2. T. 2. pag. 361.

(3) Il Fée nella noi ;! 103 al L. /5 di Plinio tradotto in Francese, ediz. di Pankouke, T. 9, pag. 468, riferisce alla specie di mele note in Francia molle di quelle ricordale da Plinio.

(4) P\\a.Hist.N'il. L.S,c.l4. Caesalp. de Plantis, pag. 143.

(5) Per altre qualitàdi mele indicale dagli antichi e coltivale nel Piceno, vedansi le Memorie per la Stor. dell'Agric. del diparl. del Tronto del Prof.Oraz. Valeriani, negli Ann. d'Agricoltura del Regno italico di Filippo Re, T.19.pag. iSO.

(6) Vedesi il loro catalogo nel Corso d'AgricoUura del Proposto Laslri, T.S,

(7) IJecamerone, giornata 3, nov.4.


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nomina le mele casolane, che Girolamo Ruscelli crede che siano le nostre mele rose, come sembrerebbe che lo fossero con ogni probabilitÀ, avendone preso il nome da Casole dove erano di notabile bellezza (1). Ma giàprima del Ruscelli, circa sette anni, il Macon, che tradusse il Decamerone in Francese per ordine della Principessa Margherita di Francia Regina di Navarra, l'aveva indicata col nome di pomme roze, cioè mela rosa (2).

Cydonia oblonga

Non parlerò delle mele cotogne [ Pyrus Cydonia)^ perchè queste parimente spontanee dell'Italia, hanno "dato luogo colla coltivazione accurata a poche varietÀ, note già agli antichi Romani, ricordandole Virgilio col nome di tenera mala cuna lanugine (3), ed anche di mala aurea (À,), e Plinio con quello di mala lanata (^) e mala cofonea (6), e dicendole trasferite dall'Isola di Greta o Gandia, nel che è seguitato dal Mattioli (7), il quale le dice venute da Gidone ora Ganea, castello di detta

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(1) V. Ruscelli, Vocab. gener. di tulle le voci usale dal Boccaccio, Manni Islit Decameron. pAg. 226. Qua! l'iogu fosse queslo Casole nonè facile a sapersi, attesochè naolti posli vi sono in Toscana e fuori, che hanno questa denontiinazionc. Il nome poi di mela rosa cominciò ad usarsi fra noi nel XVI secolo, come si vede nel Derni ec. nè si trova negli scrittori anteriori a detta epoca.

(2) Il Magon fu contemporaneo del Derni ; ed essendo slato molto lerapo in Firenze, era profondo conoscitore della lingua italiana.

(3) BicoLEgl.2,v.Sl.

(4) Bucol. Egl. 3, V. 71. Il Fée vuole che siano le arance le dette mala aurea, ed il Gallesio che siano le cotogne, e ciò con più ragione, polche sono esse gialle: ed aurea può essere slato usato praticamente per /!.<ra. come lo dice io stesso Fèc. D,iir altro canto il pastore Menalca aveva colti questi frulli da un albero salvatico, cioè spontaneo sylveslri ex arbore, e perciò non poteva essere un arancio. Forse, erano un'altra quililàdi mele, come lo sospetta lo stesso Fée fi come lo traduce lo Slrocchi (Bucol. di Vig. trad.pag. SS). Fée Fior, de Virgile pag. 103, Heyne, commenti a Virgilio nell'cdiz. fatta da lui stesso,T. l.pag 32, nota al v. 71, che nega potessero essere le arance ; e dello stesso parere fu lo Slapel Comm.di Theophrast. p. 338.339.

(5) Hist.Nal.L. Ia.c.l4.

(6) Plin. Hist. Nat. L. 13. c. 1. L. 15. eli.

(7) Discor. In Diosc. T. 1. pag. 262.


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isola ; dal che forse ne potrebbe esser derivato il nome di Cydonia dato a questi frutti da Teofrasto (1). Vuoisi che io Ilalia vi fossero trasportate a tempo di Galeno, e che il nome di cotonea mala venisse dall'essere state coltivale in prima intorno a Codogno, altre volte detto Cotone (2), Una tal provenienza saràforse vera per alcune di quelle cinque varietÀ, che Plinio enumera con differenti nomi, e delle quali noi pure ne conosciamo alcune rimasteci, molto probabilmente, fino da quei tempi. Infatti possiamo ritenere col Mattioli, che tre sorta ce ne siano in Italia (e tante ne descrive il Micheli nei suoi manoscritti) delle quali le più lodate sono propriamente quelle che chiamano mele cotogne. Della seconda specie sono quelle che più che tutte le altre s’ingrossano, chiamate da Dioscoride e da Galeno (e da Plinio) Struthie,... chiamiamo queste noi in Toscana pere cotogne, imperocchè nella forma loro più si rassembrano alle pere che alle melc. La terza, chiamata da Plinio ililviana, sono quelle che si chiamano bastarde [S). Forse queste ultime sono quelle più spontanee e silvestri nei nostri boschi, e le altre, specialmente le prime, più odorose e più apprezzate, saranno state trasportate dalla Palestina, dove le Cotogne sono comuni, e fin da antico tempo apprezzale per il loro odore ; la qual cosa si rileva dalla Bibbia (4) essendo che erano note agli Ebrei sotto il nome di tapuah. Siè creduto che le cotogne fossero i pomi aurei dei giardini delle Esperidi rubativi da Ercole, le di cui statue antiche sono rappresentale con dei pomi nelle mani (5), e che altri hanno creduto piuttosto ce-

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(1) Hist. pl.L.2, C.3.

(2) La Brelon. Ecol.du 7ard. el. 2, T. 2, pag.T4

(3) Matlioii, Disc, in DIciscT. 1, pag. 262.

(4) Cantica, c.7.v.8.

(5) V. Ferrari, Hesperid. pasj. i0.


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drati o arance (1). Furono anche il pomo nuziale prescritto da Solone.come si rileva da Plutarco (2), e non i cedri, come altri hanno voluto. Columella riconosce tre sole varietà di mele colugne ; Varrone quattro, e Pier Crescenzio due sole, distinte per la forma dei frutti, cioè in pyra cotonea ed in mala cotonea.

Mespilus germanica

Il nespolo è comune in tutti i boschi dell'Italia superiore, media e inferiore, non esclusa la Sicilia ; quindi l'asserto di Plinio (3), che non fuit liaec arbor inllaHa Catonis aevo,è erroneo. Essoè anche coltivato, ma poco, e se ne conosce una varietàgrossa e una piccola senza noccioli. Teofrasto (4) lo chiama setania (oitivsios), come pure cosi lo dice Dioscoride (5) ed anche mespilon, ed epimelida, indicandolo come originario dell'Italia. I botanici lo dicono mespilus gennanica, perchè indigeno pur anche di varie Provincie della Germania (6).

Prunus cerasus

Delle tante qualità di ciliegie che abbiamo, può dirsi lo stesso che delle altre frutta fin ora ricordate, poichè il prunus cerasus da Linneoè ritenuto come la pianta madre, di tutte le varietà note e coltivate, ed è albero indigeno dei boschi dell'Italia, e sempre viè stato, con buona pace di Plinio (7), il quale pretende che i ciliegi non fossero in questo nostro paese, prima della vittoria riportata sopra Mitridate da L. Lucullo, e che esso fosse il primo a portare le ciliege a Roma nell'anno 680 ab urbe condita ; e che di li nel tratto di 120 anni passassero il mare Ano in Inghilterra. Ciò dette

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(1) Clarici, SI or. e ruUura dei fiori, pag..^97, dove riporta molle ridlizie intorno a questa questione.

(2) Praecepta connubiai.

(3) Hist. Nat. L. 13, c. 20.

(4) Hist. plant. L. 3, c. 12.

(5) Mat. med. L. 1, c. 169.

(6) V. Sprengel nei comment. in Dioscor.T 2, pag.4lO.

(7) Hùl. Nat. L. iti, c. 23, V. I.a mia liaccolia di fiori, frutti ed agrumi t823, in f.° articolo ciliegia duracina pricnaliccia.


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motivo a raccontare che le ciliege veoissero da Gerasunte ora Zefano, e perciò che fossero delle cerasa dai Latini (1). Per altro devesi ritenere piuttosto, che Luculio importasse qualche varietÀ, o anche specie di buona qualitàe pregevole per il suo sapore, e più particolarmente le marasche -e le visciole (2), non essendo vero, come sopra ho avvertito, quanto dice Plinio, che cioè le ciliege non fossero in Italia prima della sopraccennata epoca. In Grecia a vero dire vi erano conosciute molto prima del tempo di Lucullo, poichè Diphilo Siphnio, a seconda di quanto ce ne dice Ateneo (3), ne parlò mentre che regnava Lisimaco, uno dei duci di Alessandro Magno. Linneo, come ho giàavvertito, poneva tutte le razze di ciliege conosciute quali varietàdi una sola specie, delta da lui Prunus cerasus ; ma i moderni, e specialmente il Decandolle (4), le distinguono in varie specie differenti, riformandone il nome generico, che intitolano Cerasus ; tulle per altro spontanee dell'Italia e di altre parli d'Europa. Ed in primo luogo descrive il Decandolle il Cerasus avium con quattro varietàprincipali, fra le quali il macrocarpa, o a grossi fruiti, preferito per prepararne quel liquore spiritoso detto -Kirschwasser, e quello a fiore doppio. Indi descrive come altre specie distinte il Cerasus duracina, albero che cresce molto, e del quale accenna le tre principali qualitàcoltivale ; poi il Cerasus Juiiana, e due sue varietà ; e finalmente una quarta specie detta Cerasus Caproniana, alla quale assegna otto varietà. Ma poi da queste quattro distinte specie e varietÀ, molle altre sotto-varietàve ne sono, che presentano tutte quelle svariale forme di ci-

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(1) S. Girolamo ed Ammiano Marcellino sono di questa opinionc. Vedi Tourneforl, Voyage du Levarti., T. :i, pag. 98.

(2) Vedi Re, Saggio Storico dell'Agricoli, anlica. pag 25,

(3) Deipnos.,L 2, pag. 51.

(4) Prodr. syst. natur. vegetab., T.2, pag. 535.


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liege per la grossezza, per il colore, per il sapore e per l'epoca della maturazione loro ec. Fra le varietàora numerosissime, e che si possono ritrovare in molti scrittori di pomologia, Plinio ne ricorda solamente otto, delle quali la Juliana, che per il Mattioli e per il Micheli sarebbe la nostra ciliegia acquaiola, e la ceciliana, che per il Micheli medesimo e per il Gallesio sarebbe la visciolona, la quale quest'ultimo scrittore crede potesse esser passata dall'Arabia in Spagna, e di là a Roma.

Di questo genere di frutte ne dobbiamo eziandio fra noi l'estesa quantità di varietà che ora abbiamo nelle nostre campagne, alla solerzia dei Granduchi medicei principalmente, e delle quali il Micheli ne dette il catalogo ragionato in 47 qualitÀ, nei suoi manoscritti altra volta citati (1), e nei quadri della Regia villa di Castello, ve ne sono dipinte 93 qualità. Il ciliegio, specialmente quello duracino, cresce a molta grossezza, citandosene uno sulle rive de! golfo di Nicomedia, la cui circonferenza al piede era di braccia 4 e mezzo (2) ; ed io alcuni anni addietro ne feci atterrare uno in un mio podere della qualitàduracina, perchè cominciava ad andare a male per la sua vecchiezza, il quale aveva al piede 4 braccia di circonferenza. Finalmente per terminare di parlare dei ciliegi, ritornando a dire di quello a fior doppio, che poco sopra ho ricordato come appartenente al cerasus avium, e che serve di un bell'ornamento nei giardini per la copia dei suoi doppi fiori, dal Pad. Agostino del Riccio (2) sappiamo, che questo fu introdotto in Firenze e coltivato al giardino detto delle stalle, ed ora dei Semplici, da Giuseppe Benincasa

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(1) Anctie le descrizioni di queste si trovano pubblicale nel Dialon. botan. ital. del Prof. Ollaviano Targioni Tozzetli, T 1, |)ag.34.

(2) Bibliol. italiana, T. 83, pag. 468.

(3) Agricolt. sperim. MSS. voi. 2, a carie 321.


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Fiammingo, custode di dello giardino, sotto il regno di Francesco I de'Medici.

Prunus domestica

I susini (Prunus domestica) sono del pari indigeni delle boscaglie d'Italia, sed prima sylvestria ubique nasci cerlum est, come disse Plinio (1). Ma varie buone razze furono portate di fuori in Italia, e secondo lo stesso Plinio (2) dopo l'epoca di Catone, che nacque 232 anni avanti G. C. Tali, per esempio, sarebbero le susine damascene corrottamente dette moscine, che vennero da Damasco di Soria, come io attesta il ridetto Plinio, e da moltissimo tempo addietro coltivate fra i Romani. Questa susina, per il Gallesio, sarebbe la damaschina di estate, che egli dice non trovarsi in Toscana, attesochè nonè descritta dal Micheli ; nè si vede dipinta nei quadri della Regia Villa di Castello. Un'altra susina damaschina d'autunno, che molto si coltiva in Liguria, pare, secondo il citato pomologo, che vi fosse introdotta dai Genovesi ritornando dalle Crociate, perchè essi in allora portarono varie qualitàdi buone frutta dalla Palestina, le quali poi si sparsero nel rimanente della Italia. 11 Muratori (3) dice che il nome di susine viene da Susa cittàdella Persia, perchè di colàfurono trasferite in Italia. Ma il loro nome più antico e Ialino era pruna, e presso i Greci era coccymela, nel modo che si vede in Teofrasto (4) ; oltre di che, come ho dello, i susini nascono spontanei in Italia ; perciò se in tempi pili a noi vicini vennero dalla Persia delle susine, ciò saràstalo riguardo a qualche particolar varietà. Plinio

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(1) Hist.nat.L.15,c.l3.

(2) Hist, nat. Loc. cit. Sed pruna quoque post Calonem coepisse manifeslum est. Il Fée, noia 96, al lib. 13 di Plinio Irad. in Francese, ediz. di Pankouke, T. 9, pag. 463, dàla sinoninoia francese delie susine nominale dal detto Plinio.

(3) Antichità d'Ital. T.2, pag.346, Disserl. 33.

(4) Hist. piani. L. 1, c. 18.


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De annovera undici sorte fra nere e bianche, delle quali per opinione del Feè (1), la cerina, ricordala anche da Virgilio (2) e da Ovidio (3), sarebbe la nostra susina mirabella ; la purpurea, la susina mirabotana ; la damascena la susina damaschina d'estate, ed altrc. Dai Toscani si conoscevano per l'addietro differenti qualitàdi susine, ed il Mattioli ne cita come volgarissime tante differenze, tale che di verdi, di rosse, di bianche r di gialle, di vermiglie, di grosse, di mezzane, di piccole, di dolci, di acetose, di mediocre sapore, di dure e fragili, di lunghe, di tonde, di appuntate ec. (4). Il P. Agostino del Riccio (5) dice che dei susini ce ne sono più sorti che non erano a mio tempo, cioè quando era giovinetto, e fra queste nuove rammenta come di buona qualitàle mirabotane, le quali son quelle descritte dal Duhamel (6) ed originarie dell'America settentrionale, e quelle fatte venire da Bernardo Vecchietti, e coltivate alla sua villa il Riposo, le quali perciò presero da lui il nome di susine del Vecchietto, e dette ancora dell'Imperatorc. Questa qualitàsarebbbe quella che Agostino Gallo (7) ha descritta col nome di Catalana nera, al dire del Gallesio (8). Il Canonico Lorenzo Panciatichi, in una sua controcicalata, nomina 18 qualitàdi susine di uso comune nel secolo XVII (9). Il Micheli ne descrive 52 nella

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(1) Nota al L. 15, di Plinio Loc. cit.

(2) Buccoliche, Eglog. 2, v.53.

(3) Melamorph. L.13, v.8l8.

(4) Discors. in Dioscor. T. 1, pag.283.

(5) Agricoli. Speriment. voi. 2, c. 371.

(6) Trail.des Arbres eic. 3,» edit. 1835, T.2.

(7) Le venti giornale d'Agric. pag. 110, edit. del 1629.

(8) Pomona italiana.

(9) Vedi Scherzi poetici di Lorenzo Panciatichi. Firenze 172'J, pag. 49. Queste susine sono riferite dal Lastri nel suo Corso d'agricoltura, T. 5, pag. 215. V. Lunario dei conladini per l'anno 178i, pag. 130.


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lista delle frutte della mensa granducale, e fino a 73 nell'altro manoscritto Itariorum piantarmi, coltivate in Toscana (1), e 55 ne sono dipinte nei quadri di Castello. Il Decandolle nel suo Prodromo (2), distinguendone nove delle principali varietÀ, alle quali spettano molte altre sotto-varietÀ, dubita che forse fra esse ve ne siano alcune da distinguere come specie a parte, nel modo che fece delle ciliegie.

Sono ben anche spontanei nei boschi d'Italia i mandorti, Amygdalus communis, e specialmente in quelli della Sicilia (3), come pure in quelli della Mauritania, e di tutto l'oriente ; ed i loro frutti ben noti ab antiquo, essendo in più luoghi delle sacre carte ricordati col nome ebraico di Sciakedin, mandati in dono a Giuseppe in Egitto dalla Cananea (4), e l'albero con quello di Sciahed, che la volgata tradusse per mandorle i frutti, e per mandorto l'albero, dal quale Giobbe tolse una delle tre qualitàdi verghe (5). Dioscoride (6) e Galeno (7) parlano degli efietli medicinali dalle mandorle amare, sotto il nome di Thassia picra e di Amygdalae (aixurSai-ncn), passato anche fra i Latini, e dal quale noi abbiamo fatto mandorlc. Plinio (8) mette in dubbio se questi frutti fossero conosciuti a tempo di Catone, poichè egli crede che questo geoponico latino parlando delle noci greche (9)

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(l) Trovansi le loro descrizioni nel più volle citalo Dizionario botan. Hai. di mio Padre al T. 1, pag. 264.

(2) Prodr. Syslem. nalur. vegel. T. 2, pag. S33.

(3) Vedi Sestini Lettere sulla Sicil. e Turchia ec. T. 3 ; Leti. 4.

(4) Genesi, c. 43, c. 11, 12 ; Ecclesiast. c. 12, v. S.

(5) Genesi c. 30, v. 37. Trovasi anche ricordalo per verga nel Numeri c. 17, v. 1 e 2, ed in Jerem, c. 1, v. 11.

(6) Mat. raed. L. l,c. 176.

(7) Slmplic. medic. Iaculi. L. 2.

(8) Hist. nat. L. 13, c. 22.

(9) De re rustica, c. 8.


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abbia voluto significare le noci (l). Ma la maggior parte bensi dei commentatori si accorda a ritenere lo noci greche per una varietàdi mandorle, e come tali le considera Macrobio (2), e fra i moderni il mio avo Gio. Targioni (3) ed il chiarissimo Gav. Bertoloni (4), il qualeè di opinione che siano una varietàvenuta dalla Magna Grecia ; ed il Feè (S) quella di grosso frutto comune in Grecia. Laonde l'opinione di Plinio non può ammettersi, perchè le mandorle erano in Italia da molto antico tempo, come pure le noci, a meno che non avesse voluto intendere di qualche parlicolar varietÀ, che ancor non fosse stala importata ai tempi di Catonc. Il Decandolle (6) indica cinque principali varietàdi mandorle, fra le quali: 1.° quelle amare, note giàagli antichi, e che sono quelle le quali più comunemente si trovano salvatiche ; intorno alle qualiè da dirsi che talora sullo stesso albero se ne trovano delle dolci, come ce lo avverte il Nees d'Esembek (7) ; 2,® \q fragili, ossia di guscio tenero, e che noi diciamo mandorle stiacciamani, o premici, che da Plinio (8), da Orazio (9), da Macrobio (10), da Columella (11), furono conosciute col nome di amygdalae o nuces fragili puta-

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(1) Hist.nat. L.23,c.8, dove parla distintamente delle mandorle amare è delle noci greche.

(2) Salurn.L.2, c. 14.

(3) Selva di Notizie sall'orig. e progr. delle Scienze flsiclie in Toscana, MSS. voi. 1, EIruria autonoma, carte 330.

(4) Fior. ital. T. 5, pag. 126.

(5) Nola 168, al lib. 1.5, di Piin, Irad. in francese, ediz. di Pankouke, T. 9. pag. -491.

(6) Prodr. Sysl.nat.vegelab. T.2, pag. 530.

(7) V. il mio Corso di boi. e mal. med. Firenze 1847, pag. 403.

(8) Hist.nat.L.13,c.22.

(9) Sermon. L. 2, lat. 4, v. 34, et molle larenlum.

(10) Saturn.L.2,c. 14.

(11) De re rustica, L.S.ciO.Et de Arbor. 22.


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mine ; 3.° la macrocarpa o grossa mandorla, detta del Diavolo, che Plinio indica col nome di Amygdala naxea ; 4." la mandorla falsa pesca, o persicoides, che sarebbe la mandorla pesca del Dubamel (1) a foglie di pesco. Queste principali varietàdel DecandoUe, tuttavia soffrono qualche modificazione, dal che ne vengono presso gli agricoltori molte altre sotto-varietÀ, e delle quali il Micheli ne descrisse da 94(2), forse esuberando nel prendere per carattere distintivo certe accidentalitàdi formc. Di queste varietàne conservo secchi gli esemplari stessi, che servirono di campione alle descrizioni del Micheli ricordato (3).

Prunus armeniaca

Plinio annovera fra le susine, le armeniache, cosi dette per essere venute dall'Armenia in Italia, dove non sono indigene, e queste sono le albicocche, prunus Armenaica di Linneo o Armeniaca vulgaris del Decandolle. Il Reyner peraltro (4), vuole che siano originarie invece dell'Affrica, appoggiandosi alle osservazioni da lui fatte nei suoi viaggi in Egitto. Gli antichi le chiamarono armeniaca e praecoca^ praecoqita e praecocia, e con l'uno o con l'altro di tali nomi si trovano rammentate e descritte da Dioscoride (5), da Galeno (6), da Columella (7), cheè il primo a parlare della loro coltivazione, da Plinio (8), che poco posteriore, e di

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(1) Trait. des Arbr.ed.2, T.4, pag.114.

(2) Rarior. plant. MSS. dello stesso Micbeli, ed il Digion.botan. Ual.Ax mio Padre, T. 1, pag.lSS, dove ne sono riportale le frasi descrittive di alcune delle citale varietà.

(3) Per le principali varietàdi mandorle del commercio, e loro caratteri distintivi, si può consultare Journal de chini, medicale, serie 3, 1848, T.3, pag.289.

(4) Magasin encycloped. nov. 1813.

(5) Mat. med.L.l,c. 165.

(6) Alim. Iaculi. L.2, pag.393, dove distingue la praecocia dall'armeniàca.

(7) Hort.L.l, V.40S e 410.

(8) Hist. nat. L. 15, c. 11.


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circa 10 anni al detto Columella, asserisce essere stale introdotte in Roma da quasi 30 anni, da Marziale (1) ec. Ma lo Sprengel (2), dubita se si debba col nome di praecocia intender sempre delle albicocche, oppure talora anche di qualche varietàprecoce di pesca, lo che non sarebbe fuor di proposito (3), come io pensa l'Arduino ed anche Filippo Re (4). Peraltro egliè vero che col nome praecocia quasi tulli intendono dire delle albicocche ; ed a questo proposito Dioscoride chiaramente ne fa testimonianza, dicendo.... quae armeniaca, latine praecoqua dicuntur (5) ; ma con tutto ciò rimarrebbe dubbio soltanto il passo di Galeno e di Marzialc. Furono le albicocche chiamate da Democrito e da Diofane (6) bericocca, voce analoga a berkac e berikhach, colle quali son dette dagli Arabi, da cui probabilmente ne nacque, V italiana denominazione di bacoca o albicocca, ed anche di baracocca, come il Cesalpino dice che volgarmente chiamavansi (7) ; e finalmente Paolo Egineta (8), secondo il Mattioli (9) ha parlato sotto il nome di doracia di questi fruiti, e non già delle pesche, come taluno ha creduto. Tuttociò mostra quanto fossero le abicocche conosciute fino da remotissimo tempo, e come dalla Grecia si propagassero in Europa, dove eziandio se ne sono moltiplicate le qualità colla variata

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(1) Epigriim. L. 13, 46, pare che attribuisca alla pesca il nome praecocia.

(2) Common, in Disc. T. 2, pag. 4lfi.

(3) Ermolao Barbaro, Coro!!. L. 1, c. 174, chiama infatti le pesche coi nome di precocia.

(4) Saggio Stop. dell'Agric. antica, pag. 223.

(5) Mat. med. L. 1, c. 163.

(6) Gcopon. Graec. cdil. Needham, L. 10, c. 73 e 76.

(7) De plantis, L. 2, e 16, pag. 49.

(8) De secunda valetudine tuenda, pag. 273, dove parla de praecocia, doracia el armeniaca, tulle varietàd'albicocche.

(9) Disc, in Dioscor. T.l, pag. 267.


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coltivazione e clima. Ma questo accrescimento e propagazione di tali varietà non deve essere avvenuto tanto in antico, poichè non pare che nel Lazio fossero apprezzate altro che per l'odore, se dobbiamo prestar fede alla testimonianza di Plinio, tanto più che poche se ne trovano presso gli antichi rammentalc. Pier Crescenzio (1) tratta dell'albicocco sotto il nome di mwniacus tradotto nelle antiche edizioni per umiliaco ; ed anche il Rinio (2), dandola figura dell'albicocca, riporta i varii nomi suoi, cioè di praecoqua, praecocia, crisomillus, antepersicum, e quello di muniacus ancora, probabilmente desumendone questi due autori tal denominazione, dalla voce lombarda muniaca o muniaga, colla quale sono sempre chiamate le albicocche in certi luoghi dell'alta Italia, e come al tempo del Mattioli, secondo che egli lo dice, erano pur cosi dette a Siena. Conosciute da molto tempo in addietro queste frutta in Toscana, successivamente dai Granduchi medicei altre varietàne furono introdotte, tanto che il Micheli ne descrisse 13 qualità diverse fra le frutte coltivate nei R. giardini da Cosimo III (3).

Prunus persica

Il pesco, amygdalus persica di Linneo, persica vuigaris di Decandolle,è albero mediocre, del tutto estraneo all'Italia, ed originario della Persia, luogo dal quale fu introdotto in Egitto secondo l'opinione più generalc. Diodoro Siculo (4), dice che i Persiani lo trasportarono in Egitto a tempo che Cambise signoreggiava quel paesc. Quindi di qui si vuole che fosse introdotto in Grecia, e dopo molti anni in Italia, dove riliensi che cominciasse ad esservi conosciuto circa 20 anni avanti la nascita di

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(1) Opus rural. comra. L. 5, c. 13.

(2) Liber de Simplicibus, MSS. (ab. 349.

(3) Vedansi i citali MSS. del Micheli, ed il Dizion. botan, ilal. di Ollaviano Targioni Tozzelli, T. l,pag. S.

(4) Biblioth. L. l,c. 10.


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Plinio (1), cioè sette anoi prima dell'Era volgare ; e pare che il primo a trattare della coltivazione in Italia di questa pianta, sia stato Golumella. Nicandro (2), le fa introdotte in Grecia per opera di Perseo dalle campagne Gepheie, localitàche per alcuniè nella Persia, e per altri sarebbe l'Etiopia, ed inflne per altri la Caldea (3). Polrebbesi per avventura dubitare che questo poeta greco, avesse voluto piuttosto parlare della persea, anzichè delle vere pesche ; ma questo dubbio, a vero dire nonè ammesso dallo Stapel (4). Fu un'antica opinione, che in Persia, loro luogo nativo, le pesche fossero velenose, e che trasportate in Egitto vi divenissero innocue (5), lo cheè smentito da Plinio (6), e dal buon senso. Teofrasto (7) e Dioscoride (8), parlarono pure delle pesche ; cosicchè da tutte queste notizie si rileva da quanto anticamente fossero conosciute in Oriente, e di làportate in Italia in epoca incerta. Secondo il Mattioli (9), erano chiamate presso alcuni greci Rhodacenc. Avvertasi che molti antichi come Ateneo, Plinio, e fra i meno antichi, Marcello Virgilio nei suoi Commenti a Dioscoride, confondono spesso la pesca colla persea, albero che secondo lo Schraeber (10), e lo Sprengel (11), sarebbe il Sebesten (cordia sebestena L.).

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(1) Graffendier. Sur la naturalisal. des arbr. et plant. etranger. dans la Suisse. Mem. et observ. par la Société de Berne 1762, p. 38.

(2) Alexipharra. v. 100.

(3) V.Slapel, Commenl. in Theophr. png. 126.

(4) Corom. in Theophr. pag. 12S.

(5) V. Dioscor. Mat. raed L. l,c. 187, Galeno ; L.4, De cephalaea ; Columolla, Hortor. L.IO, v. 403.

(6) Hist.nat. L. 13. c. 13.

(7) Hist, Plant. L.3,c.3.

(8) Mat.med.L. I,c.l64.

(9) Dlsc.inDiosc.T.l, pag. 267.

(10) In Husler. Magazin, T.S, pag. 14.

(11) Hist. rei herbar. T. 1, pag. 30.


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Ma il Fée (1) considerato che questo Sebesten, è albero delle Antille, pensa piuttosto che la persea, sia il Balanites aegytiaca di Delille. Macrobio confonde pure la pesca col persicum di Suevio, che è la noce ; e col persicum di Gloazio, cheè il cedro (2) ; e tutto ciò fa vedere, rai sembra, che per quanto conosciute le pesche in antico, non fossero tanto comuni da averle ben presenti alla mente nel descriverle, perchè erano sbagliate con altre frutta, ben differenti di forma e qualitÀ, ed un poco simili soltanto per il nomc. Che poche varietàdi pesche si conoscessero in antico, si rileva da Dioscoride, il quale due sole ne nomina ; da Plinio che ne ricorda cinque ; e da Palladio (3), che ne nomina sole quattro, dando bensi un'accurata informazione sul modo di coltivarle.

Àˆ molto difficile lo stabilire l'epoca dell'inlroduzione in Toscana delle differenti varietà di pesche, ed è molto verosimile che fin dai tempi di Repubblica, i Fiorentini fossero solleciti a procacciarsene insieme con altre frutta, e che poi sotto il dominio mediceo per la passione introdottasi a queslo proposito, anche non poche altre qualitàdi pesche si coltivassero. Il Redi (4) conferma questa cosa dicendo in una sua lettera del 17 Agosto 1688, che il serenissimo Granduca (Ferdinando II) aveva fallo venire di Francia varie razze di queste frutta, le quali allignale in Toscana erano squisitissime.

Il Mattioli (5) dice essere le persiche o pesche di più e diverse sorti, come delle rosse, delle gialle, delle

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(1) Nota 87, al lib. i3, di Plin. trad. in francese, ediz. di Pankooke, T, 9, pag. 123.

(2) Vedasi Slapel. Comment. in Theophrasl. pag. 126.

(3) De re rustica, L. 12, tit. noveinb. c. 7.

(4) Opere, T. 4, pag. 326, Lettere.

(5) Discorsi in Dioscor. T. 1, pag. 26o.


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verdi, delle bianche, delle vermiglie slmili a sangue, dette pesche carole, coi qual nome e con quello di pesche sanguigne si conoscono tuttora fra noi (1), delle partitole, o spiccacciole come ora diciamo, delle duracine, delle cotogne, citando anche le pesche noci e la pesca mandorla: dal che vedesi quante varietàgiàne fossero in possesso dei coltivatori toscani nel XVI secolo. Più tardi il Micheli ne descrisse nei suoi MSS. 47 qualitÀ, una parte delle quali fu riferita da Ottaviano Targioni-Tozzettl, nelle sue Lezioni d'agricoltura, e tutte poi nel suo Dizionario botanico italiano (2). Nei quadri di Castello ce ne sono dipinte da circa 30 (3). Quelle dette poppe di Venere, si trovano ricordate da Agostino del Riccio e dal Micheli col nome di pesche lucchesi, e sono antichissime in Italia per opinione del Gallesio. La pesca detta alberges, e novellara, conosciuta in Toscana col nome di pesca vagaloggia duracina, perchè coltivata più tardi nel giardino della Vagaloggia dei Medici, fu creduta portata dalla Spagna. Come pure secondo il parere del ridetto Gallesio la pesca duracina gialla serotina, a buccia pavonazza, detta anche damaschina durona, che non trovasi dipinta nei quadri di Castello, ma che abbonda in Italia, in Provenza ed in Valenza, deve essere stata importata dall'Asia minore, e dalle Coste dell'Affrica, ma ignorasi quando.

Una nuova varietà ne abbiamo avuta recentemente

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(1) Forse queste son quelle che il Redi nelle Lettere (Opere T. 4, pag. 327), fJice essere chiamale violelle che paiono venule dal Paradiso lerreslrc. Il Johnslon indica esso pure questa pesca sanguigna nella sua Dendrologia o Truclal. de 4r6or. pag.71. Il Dahamel nella 3." ediz. T. 1, la dàsotto il nome di pesca cardinale.

(2) Lezioni d'Agric. T.3, pag. 89 ; Dizion. boi. Hai. T, 1, pag. 13, T.2, pag. 209.

(3) Vedi Lastri, Lunario dei conladini 1772, pag. 171, e Corso d'Agric. T.8, pag. 189.


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per ibridismo, la quale è delta pesca mandorla, naia a caso nel 1831 da un seme nell'orto del Sig. Giuseppe Barlolucci a Colle di Val d'Elsa, i cui fruiti d'apparenza in primo delle mandorle, maturando, prendono in seguilo quella delle pesche, ed anche il sapore, ma la mandorla del noccioloè dolce e molto oliosa come quella delle mandorle (1). Anche la pesca noceè un ibridismo, e da molto tempo coltivata e conosciuta ; dicendoci l'Anguillara (2) che Averroe la chiamò anlipersica.

Ziziphus jujuba

Il Giuggiolo (zizyphus vulgaris) è albero comune e spontaneo di varj luoghi dell'Italia, e specialmente abbonda in Terracina, in Terra di Lavoro, nella Calabria e nella Sicilia, a testimonianza del Bertoloni (3), il quale non manca di osservare come male a proposilo siasi creduto, che estraneo al nostro paese » vi fosse importalo dalla Siria, luogo nel quale egualmente trovasi in gran copia (4). Questa erronea opinione potrebbe aver avuto origine dalle asserzioni di Plinio (5), il quale pretende che non fossero i giuggioli in Italia prima chf Sesto Papinio Console ve li portasse dalla Siria, e ciò verso l'epoca ultima di Augusto. Ippocrale (6) considerò le giuggiole come medicinali, nel che non fu seguito da Galeno, il quale le disprezzò, e come medicamento e come cibo. Per quanto la coltivazione abbia prodotto

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(1) V. Giornale Agrar. Toscano 1843, T.19, pag. 121 ; e 1846, T. 20, pag. 339. Non bisogna confondere questo ibridismio colla varietà4.* (li mandorla pesca o persicoides del Duhamel della di sopra alla pag. 116. Abbiamo anche or poco fa rammentala in principio di pagina, una |)esca mandorla fra le varietàindicale dal Mattioli ; ma non avendone alcuna descrizione non può sapersi se sia la medesima di quella che ora si dàper nuova.

(2) Dei semplici, pag. 72.

(3) Flor.ilal.T. 2, pag. 660.

(4) Nella Bibbia vi sono ricordate col nome ebraico di nangamuz.

(5) Hist nat. L. lo, c. 14.

(6) AITect, T. 1, pag, 625, edil. cum Foes.


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in questi fruiti alcune scarse varietà di forme, contuttociò sono poco apprezzate al presente, e punto io furon(» dagli antichi nostri, perchè prive di tulli quei pregi, che rendono grate, ed appetitose tante altre fruita. Nè qui avrebbero meritato di essere rammentale, se Plinio non avesse colla sua autorità accreditato un errore sulla loro importazione dall'estero.

Pistacia vera

Rilevasi dal medesimo Plinio (1), che il primo a coi si deve l'introduzione dei pistacchi in Italia, verso la fine del regno di Tiberio, il quale mori 37 anni dopo la nascita di G. C, fu Lucio Vitellio, divenuto poi imperatore ; e che in Spagna contemporaneamente vi furono trasferiti da Flavio Pompeo cavaliere romano, il quale militò col detto Vitellio. Di più lo stesso Plinio altrove (2) ci avverte, che erano questi alberi nativi della Siria ; lo cheè confermato da Galeno (3). chs li dice abbondantissimi verso Berrhoea, castello della Siria a levante d'Antiochia. Oltre a ciò si trovano spontanei nell'Arabia, in Barberia, nella Persia ed alle Indie Orientali (4). Il pistacchio pertanto (Pistacia vera L.) è albero che cresce molto edè della famiglia delle terebintinacec. Due varietàse ne conoscono, una detta narbonensis, la quale siè formata nel mezzogiorno della Francia, e tanto vi siè moltiplicata, da essersi resa comune nei contorni di Montpelier, e da nascervi da sè. La seconda varietÀè l'ibrido, descritto da Gasperini (5) e prodotto dalla fecondazione dei semi del vero pistacchio col pulviscolo del terebinto (Pistacia Terebinthus L.), cosa comunemente eseguita in Sicilia, come lo narra il Sestini(l),e prima

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(1) Hist. nat. L. IS c. 22.

(2) Hist. nat. L. 13, c. 15.

(3) De alira. Iaculi. L. 2, c. 30.

(4) Wildenow, Spec. plant. T. 4, P. 2, pag. 732.

(5) Del Pistacchio ibrido. Nel Poilorama pittoresco, giornale di Napoli 1838, T. 3, pag. 91.

(6) Lettere sulla Sicilia e sulla Turchia, T.2, lelt.l.


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di lui il Boccone (1) ; talmeotechè viè cosi moltiplicata questa varietÀ, da essersi ridotta spontanea in alcuni luoghi della Sicilia medesima. Queste tre qualitàdi pistacchi, cioè il vero, il narbonense e l'ibrido, si coltivano nel nostro giardino botanico detto dei Semplici. Fu noto all'antichitàil pistacchio, poichè nella Bibbia se ne parla in molti luoghi, col nome di batnim (2), e parrebbe che il terebinto indiano a frutti quasi come le mandorle, indicato da Teofrasto (3) per originario di Battria, fosse il vero pistacchio, e taleè l'opinione del Mattioli (4), dello Scheuchzero (5), e dello Sprengel (6). Àˆ ricordalo il pistacchio da Nicandro(7), da Dioscoride (8) e da molti altri antichi greci, non solamente col nome di pislacia, ma di bistacia e phistacia ancora (9). In Sicilia pertanto sono coltivati da antico tempo i pistacchi, e chiamati fustucha e fastuca, da essere un ramo di qualche utilità per l'agricoltura di quest'isola, secondo che può vedersi intorno a ciò nel giàcitato Sestini. In Toscana ci sono alcuni alberi di pistacchio in varj posti, che fruttiflcano e ci vivono bene, cosicchè potrebbero essere con più coraggio estesi in molti luoghi. Intorno a che il giardiniere botanico Gaetano Baroni lesse all'Accade-

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(1) Mus. di fisica, p. 282, osser. 44, e Mus. fli piante rare, p. 139.

(2) Genesi, c. 33, v. 11 e allrovc. À‰ slata variamente interpretata questa voce balnim, poictiè si trova nella volgata tradotta per noce ; altri i'tianno spiegata per pesca, o per pina, o per nocciòla ; raa II Salmasio ed il Bochard propendono per II pistacchio. Ved.Ursinl, Arborei, biblicum, pag. 73.

(3) Hist. plant. L.4, c. 4.

(4) Disc, in Dioscor.T. 1, pag. 295.

(5) Physiq. sacr.T. 2, pag. 7.

(6) Corament. in Dioscor.T. 2, pag. 421.

(7) Theriaca, v.291. E presso Ateneo ancora Deipnos. L. 14, c. 17 e 9.

(8) Mal.med.L. 1, c. 141.

(9) V. Sprengel, Conara. in Dioscor.T. 2, pag. 422.


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mia dei Georgofiii nel 18il una memoria (l), per incoraggiare i nostri possidenti a estendere questa coltivazione, per la quale dette utili precetti, e citando ad esempio le differenti località di Toscana, nelle quali vegetavano prosperamente non pochi di questi alberi adulti e fruttifucanti (2).

Juglans regia

I1 noce (Juglans regia) della famiglia delle luglandee,è un albero grandissimo e longevo, potendosi citare in riprova di ciò quello esistente a Tamworlh, il quale si vuole il più vecchio albero dell'Inghilterra, poichè nell'anno 1135 era giàdi una grossezza considerevole, tanto che avrebbe, secondo la generale opinione, più di 1000 anni (3). Plinio (4) dice che il noce fu trasportato in Italia dalla Persia, luogo che anche i moderni botanici riguardano come la di lui patria originaria ; e questa introduzione si deve ritenere per mollo remota, poichè sebbene sia dubbio che Catone ne abbia parlalo (5), egliè però certo che Varrone, il quale nacque 116 anni prima dell'era volgare, raaimenta le noci come cosa giàconosciuta ; e questaè la più antica memoria che si abbia della loro coltivazione in Italia (6). Per altro nell'Oriente erano note le noci da tempo immemorabile, giacchè nella Bibbia (7), vi sono ricordate

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(1) Del pistacchio, pislacia vera. Mernor. del Sig. Gaetano Baroni ec. negli Alti dei Georgofiii, T. 19, piig.57.

(2) Alcune poclie piiinte di quelle ricordate dal Baroni nella di lui sopra citata Memoria, attualmente non sussistono più per incuria o per ignoranza dei proprietarj, cui appartenevano, avendole ossi falle tagliare.

(3) Bibliot. ital.T.33, pag.iOS.

(4) Hist. nat.L.13, c.22.

(5) Catone he re runica, c.8, parla delle noci greche, che Plinio prese per noci, ina sono mandorlc. Vedi più indietro pag. 164.

(6) Varrò, De re rustica. L. 1, c. 67.

(7) Cantica c. 6, v.lO. San Girolamo in Ecclesiast.c. 12, interpreta |ier una bacchetta di noce il baculo di Geremia.

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co! nome di Enoz. Presso i Greci le Iroviamu rammentate da Nicandro (i) e da Teofrasto (•>) col nome di caria persica (xaoùa TOf.aiJcfi), io che viene a confert^r.re la loro origine dalla Persia, paese che non sarebbe il solo ad averle indigene ; poichè se dobbiamo appoggiarci alla testimonianza di Abulfadli, il noce sarebbe spontaneo in Diarbek, in Hom, in Zablestan (3), luoghi che sappiamo esserenella Turchia Asiatica. Pare adunque che in epoca assai remota, dall'Asia passasse il noce in Grecia, dove fu detto carya, carya persica e basilica ; e questi secondo Plinio furono i nomi più antichi che gli furono dpai, abbenchè quello di basilica, o regia, secondo Polluce sarebbe stato dato dai Greci più moderni (4). l Latini chiamarono la noce nux persica (da non confondersi colla mala persica, che sono le pesche), nux regia, nux euboica, caryon, juglans, lovis glans, Djiuglans ec. (5) ; e noce alessandrina la dissero i frati commentatori di Mesuc. La coltivazione dei noci (sebbene sempre ritenuti dagli agricoltori per nocivi alle altre piante, a causa della loro grave ombra),è stata nondimeno molto estesa fra noi, per i tanti vantaggi che recano le differenti parti della pianta alle arti (6), e diverse varietà ne sono state ricordate anche da Plinio ; fra le altre, la noce mollusca di guscio tenero,è slata confusa da alcuni colla

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(1) Alexiptiarm. ver. 108.

(2) Hist.plant.L. 1, C.18, e L.3, C.7. Anche Ateneo, L.2, c. 13, pag.3 ;5, la dice carya persica. (3) V. Sprengel, Hist. rei herb. T. 1, ptig.267.

(4) V. Slapel, Comm. in Theophr. pag.223.

(5) V. iohan. Bauhin. Hist. pian. T. 1, P. 1, pag. 244, E per le varie etimologie di tulli questi nomi greci vedansi Plinio, Hist. nu’tur., L.17, c. 12, e L.23, c. 8. Macrobio. Salumai. L.2, c. 14 ; Slapel, Cotnm. in Theophr. ioc.cW.

(6) Theophr. Hist. pi. L. 5, c.5, loda il legno del noce come non putrescibile: come stimalo per farne le tavole, si ricorda da Strabone, Geograph. L. 12, pag. 822, e da Giovenale, Sai. 14, v. 1 17.


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pesca, ina un lale errore fu giàrilevato da Ermolao Barbaro (1). Queste varietÀ, che Giovanni Bauhino nomina fino a sei, sono le slesse quasi, che più recentemente il Wildenow (2) ha conservate, e che si possono dire le più ovvie, riducendole a cinque sole lo Sweet (3). Il Micheli per altro, nella sua opera manoscritta intitolata Enumerano Rariorum plantariim ec, giàcitata per altre fruita, ne ammette fino a 37 varietÀ, delle quali conservo buon numero di campioni originali, serviti per le descrizioni che esso ne fece ; alcune di tali descrizioni sono riportale nelle Lezioni d'agricoltura di mio padre (9). Ma le differenze a vero dire sono di poco momento, da non doverle credere a tutto rigore cosi eslese di numero. Al più noi conosciamo la noce di due volle, la reale o grossa, la lunga, la malecia di guscio duro, quella di guscio tenero detta premice ed anche moscadellona, la sorda, la sughera, e la stiacciamani, la quale si potrebbe forse riferire alla nux taventina moUusoa dei Latini ; la tardiva o di S. Giovanni, e la tonda (5), quali tutte debbono esser prodotte al solito per la variata condizione della loro coltura.

Corylus avellana

Le nocciuole (corylus avellana), della famiglia delle cupulifere, sono dette avellane da Plinio (6), che ne fa derivare il nome da Abellina nell'Asia loro patria, la quale sarebbe una vallata della Siria, dove ora è si-

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(1) Coronar. L. 1, c. 174, Questo scrittore del XV secolo riferisce la nux moUusca alla noce premice, ed avverte cfie le dure di guscio, si dicevano moracia e moracilla, da mora, indugio nel rompersi, ed erano due varietà delle Tarenline.

(2) Spec. plant. T. 4, Par. 1, p ;»g. 460.

(3) Hort. brilann. ed. 3, pa^. 6il.

(4) T.3, pag.42.

(5) V. Ottav. Targiotil-Tozzelli Dizion. botan. ilal. T 2, p. 126 ; e Lezioni d'Agric. loc. eli.

(6) Hist nat. L. 13, c. fi, e L. 15, c. 22.


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luata Damasco (1) ; e soggiunge che venoero trasferite nell'Asia ed in Grecia dal Ponto, per cui furono anche chiamate noci pontichc. Fu eziandio imposto loro il nome di noci eracleotiche da Heraclea ora Pondera chi, cittàdell'Asia minore sulle rive del Mar nero, e cosi le chiamò Teofrasto (2). Ippocrate (3) le disse carya thasia ; ma Ateneo (4) le confuse colle noci', e Macrobio (5) colle castagne sotto nome di noci prenestine, da Prenestis ora Palestrina nell'agro romano. Dioscoride (6) dice che son chiamate anche leptocarya, cioè piccole noci. Per altroè da osservarsi che il nocciòloè albero indigeno e spontaneo dell'Italia, da non aver bisogno di farne venire la specie dall'estero ; ad eccezione di alcune varietàmigliori, che saranno state introdotto dai citati luoghi, fra le poche che si conoscono, di tonde e lunghe, di grosse e di piccole ec., e che lo Sweet (7) enumera Qno a dieci. Secondo il parere dell'lller (8) il Balnin della Bibbia (9), slato interpretato per terebinto, per pistacchio, per pina, per pesca, per noce (3), sarebbe invece la nocciòla o frutto del

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(1) Savi, Tratt degli alberi ed. 2.», T. 1, pag.96, dice che nux avellana viene da Avellano o Avella cillàdella Terra di Lavoro, dove parCicolarmenle si coltivavano tali piante ; e lo stesso dice il La Breloniere, Ecole du jardin. fruit. ec. 1, T. 2, pag. 138.

(2) Hist. plant. L.3, c. 15.

(3) De Morbis. L.3, p. 490, edit. cum Foes.

(4) Deipnosoph. L. 2, c.l3.

(5) Salumai. L. 2, e 14.

(6) Mat. med. L. 1, c. 179.

(7) Hort. brilann, ed. 3, pag. 614. Il Sestini nel T. 3, pag. 128 delle sue Lellere senile dalla Sicilia e dalla Turchia ec. parla delle varietàdomestiche delle nocciuole della Sicilia, giàdescritle dal Cupani corauoissime in della isola, oltre quelle salvaliche e spontanee che pur vi sono.

(8) Hyerophys. Par. 1, pag. 22.

(9) Genesi, c. 43, v.lO.

(10) V. Ursini, Arborei, biblic. pag. 75.


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corylus Aveilana (1). Ma la volgata ha terebinto, che sarebbe a meglio dire ii pistacchio, come superiormente siè detto parlando di questo albero.

Castanea sativa

Anche il castagno (castanea vesca), della stessa famiglia delle cupolifere,è albero grandissimo e di lunga vita, citandosene molti individui celebri per queste particolaritàda varj scrittori (2), Essoè stato conosciuto da antichissimo tempo, come si può rilevare dalla Bibbia (3), e ricordandolo Teofrasto(4) ed Ateneo (5) col nome di noce euboica (xipoo ; svpoixTi), per abbondare nella cosi delta isola Eubea, ora Negropontc. Presso Teofrasto (6) trovasi nominata anche diosbalanos (^iò ; paXavo?), nome che alcuni hanno dato alla noce, e nello stesso tempo alla nocciòla, confondendo cosi insieme questi dilTerenti frutti (7). Plinio (8) dice che le castagne provennero la prima volta dai Sardi o Sardiani, e che per questo furono dette dai Greci balani sardiani. Lo che ha fatto credere erroneamente a taluni, che il castagno fosse albero originario della Sardegna, mentre Sar-

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(1) v. Scheuchz. Phys. Sacr. T.2, pag.7.

(2) V. Savi, Tralt. degli albvi, ed. 2, T. 1, pag. 78. Sarlorelli Alberi indigeni all'Hai, super, pag. 327. Laslri, Lunar. de contad. 1780, pag. 151, Dizion. di Scienze natur. ediz, Batelli, T. 8, pag. 407, arlic. cronolog. botan. Sestini, Lellere dalla Sicilia ec. T. 3, leti. 6, descrive un grosso castagno, e l'altro celebre dell'Elna. Il Las.tri (Lunar. de contad. 1780, pag. 151) racconta di un grosso castagno che era poco distante da S. Marcello sopra a Pistoja, ctie fu atterralo dal vento nel 1750, Il quale aveva una circonferenza di 13 braccia ed era cavo, cosicchè fu ridotto ad uso di bettola, avendovi messo una porla, e dentro vi potevano slare 12 persone.

(3) Isaia, c. 41, v. 19. Gli Ebrei lo conoscevano col nome di lidar.

(4) Hist. plant. L.3, c. 3.

(5) Deipnosoph. L. 2, c. 43, pag. 54, edlt. Amslel. 1707, ed alla pag. 53 la chiama caryalala, carya sardiniaca, e carya lopinia.

(6) Hist. plant. L. 3, c. 8 e 10.

(7) V. in Allien. Deipnosoph. L. 2. c.4l e 42

(8) Hist.nat L. 15, c. 23.


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di, antica capitale della Lidia, sarebbe nella Turchia asiatica non molto distante da Smirnc. Galeno infatti, che era di Pergamo, città poche miglia lontana dalla detta Sardi della Lidia, conferma questa provenienza delle castagne, e di più dice che si chiamavano anche balani leuceni, da Leucene, luogo situalo nel monte !da(l). Il La-Brettoniere (2) dice che il castagnoè originario dei paesi caldi del Levante, e che il nome di Castanea viene da Gaslanide antica cittàdi Macedonia, da dove si mandavano fuori questi fruiti, che in gran copia vi nascevano, come giàlo disse Nicandro(3) ; il quale nomina due cittàdi questo stesso nome, una nella Tessaglia. da Erodoto (4) e da Strabone (5) detta Castanaia (Kaaravaiv), l'altra del Pouto, che ciè restata ignota. Da ciò parrebbe che il Castagno si dovesse escludere dalle pianle indigene dell'Italia ; ma Linneo (7) ed il Wildenow (6), lo dicono spontaneo dell'Italia e dei monti dell'Europa meridionale ; ed il Gallesio nella sua Pomona lo fa indigeno delle vallate dell'Appennino, poichè ve ne sono molte boscaglie dei salvatici. Il chiarissimo Cav. Bertoloni parimente lo assicura originario dell'Italia, dicendomi nelle sue lettere d'averlo veduto in grande estensione e nello stato salvatico, nelle alpi Apuane, in precipizi dove la mano deWuomo non potè piantarlo, ed anche egualmente salvatico nelle rupi che sono nella cima di Monte Porto Fino vicino a Genova, ed in diverse parli dell'Appennino. Tuttavia Giov. Targioni Tozzetti (9) la crede pian-

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(1) De prob. pravisque aliment. succis, pag 778.

(2) Ecole du jardin. fruU, T. 2, pag. 61.

(3) Alexipharin. v.271.

(4) Bisloriar. L. 7, c. 183.

(5) Geograph. L. 9, pag. 669.

(6) Species. plani, ed. 3, T.2, pag. 1416.

(7) Spec. plant. T. 4, Par. 1, pag. 460.

(8) Viaggi per la Toscana, ed.2, T. 6, pag. 44.


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ta portala di fuori e non indigena nostra. Ma in ogni modo si dimostra l'abbondanza dei boschi di castagno nella Toscana fino da remoto tempo, coi nomi di Castagnaio, Castagnana, Castagnara, Gastagneta, Castagneto, Castagno, Castagnolo, Castagnori che anche ripetutamente si incontrano dati a diversi luoghi del Granducato (1).

Si trovano le castagne, come io avverte il Mattioli (2), salvatiche e domestiche, e le domestiche facilmente si mondano, e sono di queste in prezzo^ quelle che si chiamano marroni, per essere molto più grosse e molto più belle delle altrc. R qui, intorno alla voce marrone, mi sia permessa una breve digressione, per ricordare come Euslazio nel coramentoal libro 10 dell'Odissea d'Omero, nomini maraos (ijiapao ;), da cui il Mcuagio (3) ne deduce dal greco l'origine della voce italiana marronc. Intorno a che il Muratori (4) fa osservare che Euslazio fiori verso il 1170, e che a quell'epoca la lingua italiana usava marone e marrone, cosicchè si potrebbe dubitare che il detto Greco scrittore non tanto antico, prendesse dall'Italia, e dalla Gallia cisalpina più specialmente tal voce, come tante altre ne presero i Greci di quei tempi. Ma peraltro bisogna riflettere a questo proposito, che il Muratoriè stato indotto in errore dal Menagio, atteso che Eustazio commentando Omero, non ha inteso con quella voce maraos, il marrone o castagna, ma il frutto del corniolo (cornus mascula) che Omero dice carpon craneies (xapTOv xpavsiT,?) comc in slmil guisa lo chiamarono Teofrasto e Dioscoridc. Laonde dopo questa necessaria considerazione, cade tuttociò cheè stato detto sull'origine della voce italiana marrone, colla quale si intendono

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(1) V. Repelli Dizion. geogr. slor.ec. della Toscana, Ti.

(2) Disc, in Dioscor.T. 1, pag.228.

(3) Orig. della lingua ital., pag.31K.

(4) Anlirhilà ital. Dissert. 33, T. 2, pag.277.


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i grossi e più nutriti fruiti del castagno, come ( ;iàsiè (letto averli definiti il Mattioli. Plinio nomina olio differenti qualitàdi castagne a seconda delle localitàloro propric. Il Micheli, nel suo giàcitato manoscritto Rariorum plantarum ec, ne registra 49 varietÀ, le di cui descrizioni son riferite nel Dizionario botanico italiano di mio padre, ai respettivi articoli Caslanea e Castagna, e di non poche delle quali varietàho presso di me i campioni originali, che a vero dire possono ridursi a molto minor numero, pochissime essendone le differenze essenziali fra loro ; lo Swcet (1) infatti ne indica 6 varietàprincipali e più decisc. La coltivazione, il terreno, l'esposizione, l'innestatura, addomesticando le piante salvatiche, ha dato luogo a queste variazioni, edè probabile che gli antichi Romani ne importassero dall'Oriente le migliori varietÀ, che poi si sono propagate in Italia ed altrove.

Ficus carica

I fichi sono spontanei dell'Asia, dell'Oriente, delia Grecia e dell'Italia, e la specie primitiva sarebbe il caprifico, di cui se ne conoscono delle varietàsterili, altre ricchissime di flori staminei abbondanti di pulviscolo, il quale serve alla fecondazione artiQciale dei fiori sterili, per farne maturare i frutti. E questo modo detto caprificazione, era conosciuto dagli antichi Egiziani, descritto da Plinio (2), e più modernamente dal Touruefort (3) e dal Gallesio (4). Altre di delie varietàvi sono coi frutti aridi non buoni a mangiarsi, n»a capaci di dar seme per la moltiplicazione della specie, e

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(1) Hort. Britannic., ed. 3, pag.6l4

(2) Hist. natur., L. 15, e 19.’Tultociò che Plinio ha dell.) in questo proposilo lo ha preso da Teofriislo e da Ari-ilolile.

(3) Voyage du Levant. T. t, p. 130, Acta. Paris 1705, p.l40.

(4) Trattato del Fico ; molti altri come 1’Hasselquist, il Forskael, il Cavoilni ec. parlano della Caprificazione, ed II Jeannon de SI. Laurenl, nelle Mem. della Società Colombaria, T.2, pag.244.


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delle sue varietÀ, le quali (ulte sono registrate dai botanici sotto il nome di Ficus carica, II Bernard (l)ed il Deslogchamps (2) hanno riconosciuto che dai semi di questi capriflclii o fichi salvatici, ne nascono le piante, che coltivate, danno le tante varietàdi fichi, che si incontrano in molli paesi dell'Europa mediterranea, dolci e mangiabili. Ciò av viene perchè colla coltivazione hanno la singoiar proprietàdi non conservare lo stesso tipo primitivo della pianta madre, ma di variarne la forma ed il colore, di divenire sterili, sugosi e dolci, tanto che per queste loro prerogative, allora diventano la delizia delle mense ; attesochè come lo avverte il Gallesio(3), i soli fichi divenuti domestici colla coltivazione, sono mangiabili, essendo i salvatici asciutti e stopposi. Il Gasperini (4) per lo contrario ha cercato di mostrare, che il caprificoè pianta distinta, non solo di specie ma anche di genere dal Ficus carica. Tuttaviaè opinione, che nell'Affrica e nell'Oriente, ove i caprifichi abbondano, ed ove rinascono dai semi per il favore del clima, si siano formale le varietàpiù apprezzate anche dagli antichi ; e che da queste regioni siano esse varietàstate trasferite in Italia ed in altre parli dell'Europa più meridionalc. La coltivazione di queste pianteè antichissima, poichè nella Bibbia (5) parlasi dei fichi come medicamento usato da Isaia per Ezechia, ed in altri luoghi si nominano come alberi frutliferi comunissimi in tutte le contrade dell'Oriente, dove gli Israeliti andavano ad abitare, conoscendolo col nome di teènah (3).

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(1) Mem. sur l’histoir. naturelle de la Provence, T. I, pag. 33.

(2) Nouveau Duhamel ari. Figuier, ecJ. 2, T.4, pag. 208, 1809.

(3) Pomona italiana, Trattalo del Fico.

(4) Nova gzner. qwie super nonnul. fici specier. slruebal. Neapoil 1846.

(5) Isaia c. 38, v. 2l, Deuleron. c. 8, v. 8. Mlcliaea c. 4, v. 4, Regum. L. l,c. 2j, V. 18, e L. 4,. c. 20, v.7.

(6) Genesi c. 3, v. 8, Deuteron. e, 8, v. 8, e altrove.


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Nella Cantica (1) per di più si ramuientaao i fichi flori o fioroni, delti grossi dagli antichi, ficos protulit grossos suos, ed erano inclusive fra i frutti prelibati che loro si promettevano nella terra di Canaan. Anche Omero (2), che ricorda i fichi in più luoghi col nome di erineos, dice che Licaone figlio di Priamo, ne coltivava e pelava le piante nell'orto del padrc. I fichi d'Atene erano rinomatissimi per In loro squisitezza, come lo attesta Ateneo (3) e Plutarco (4), tantociiè eccitarono Serse re di Persia a conquistare l'Afifrica (5), nei modo stesso che i Romani furono sollecitali da Catone, con un fico in mano, a conquistare Cartagine (6).

Non vi è da dubitare, che come sopra ho rammentato, i fichi siano originari anche dell'Italia, trovandosene nelle rupi sterili di tutta la penisola. Ne abbiamo anche la testimonianza di Plinio (7), il quale racconta che a suo tempo era nel Foro un vecchissimo fico salvalieo, che andava a deperire, ma che tuttavia non osavano tagliare, per esservi la tradizione che sotto lui fosse stala trovala la lupa in atto di allattare Romolo e Remo, e perciò detto fico ruminale (8). Che altro fico salvatico, nato esso pure da sè, era nel Foro, nel luogo ove giàfu la voragine in cui geltossi Curzio, e che lo conservavano per memoria di questo fatto ; e finalmente che un terzo consimil vecchio fico, nato da per sè, era avanti al tempio di Saturno, che fu tagliato nell'anno 260 dopo l'edificazione di Roma, per far posto al

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(1) Cant. C.2, v.l3.

(2) Iliad. L.21, V.37.

(3) Deipnosopt). L. 14, c. 18, pag. 625.

(4) Apophtegraala in Opera, T.2, p. 173, edit. Paris, 1 624, f.°

(5) Clem. Alexand. L. 2, e, l, Plutarco Apoph. in Opera, loc.cll.

(6) Plin. Hist. nat. L.lS,c. 18. Plutarco, Caton. T.2, pag. 352.

(7) Hist. nat. L.13, c. 18.

(8) Da rumen inafuiuella per la esposta ragione deli'aliattamento dei due fanciulli.


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luogo ove collocarono le Voslali. Ma lutto questo se prova^l'essere il fico pianta spontanea dell'Italia, e i'essere~*stata conosciuta da remotissimi secoli, non prova che molte specie buone domestiche e mangiabili ve ne fossero. Infatti venendo ai tempi di Catone (1) non se ne conoscevano che sei qualitÀ, delle quali esso ce ne dài nomi. Posteriormente per altro ne furono importate altre non poche varietÀ, da Negroponto e da Scio, come ce lo assicura Plinio (2)', il quale ne registra da trenta specie, i nomi delle quali per lo più erano desunti, o dai paesi dai quali erano stati detti fichi traslocali, come gli A [f rie ani, i Rodiotti, gli Alessandrini, i Sagunlini ec,, o dai nomi delle persone che gli avevano importali a Roma, o ai quali erano bene accetti, come i Pompeiani al gran Pompeo, i Livi! a Livia moglie di Augusto ec., ed aggiunge che Lucio Vitellio censore portò dalla Siria, dove fu legato, i fichi nella villa d'Albano sul principiare del regno di Tiberio Cesare ; vale a dire portò alcune varietÀ, poichè molle altre erano giàconosciute a Roma, secondo che lo avverte anche Linneo (3). Abbiamo che Macrobio (4) quasi due secoli dopo di Plinio, ne nomina 25 qualitàcon nomi ben diversi, a riserva di quattro o cinque, e di queste alcune si conservano ancora nei nostri campi, poichè il Gallesio nella sua Pomona Italiana riduce i fichi di Plinio, di Columella e di Macrobio ai seguenti nostri, cioè, Valbiceralo al fico albo ; il tiburtino al gentile ; Vaffricano al brogiotto nero, il quale taluni vogliono che corrisponda al fico emonio d'Ateneo (5) ; il Hviano al pissalutto ; il

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(1) De re rustica c. 8.

(2) Hist. nat. L iS, c. 18 e 19.

(3) Amnenilales Acadero. T. l,pag.44.

(4) Salumai. L. 2, c. 16.

(5) Deipnosoph.L.3, c. 3, pag.76. Vedi anche Filippo Re Sul fico, ragionamento ec. Milano, 1808, pag.6.


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lidio ricordato da Ateneo, come congenere all'emonio, o come la cosa slessa del fico troiano, abbondantissimi a Napoli ; e la carica al dottato, rammentato ben anche da Ateneo, comune nel Levante, ed originario di Canni nella Caria, da dove tanti ne mandavano nella Grecia, e perciò delti fichi canni, e carica. Tutte le varietà nominate dagli antichi sono riepilogate dairAngelila (t), che cerca di confrontarle fra loro, per schiarirne le sinonimie, e ritrovarne le conosciute a suo tempo.

Venendo alla Toscana, dove molte razze di fichi si coltivano, abbiamo che l'introduzione di alcune nuovo di tali razze si deve, del pari che di molle altre frulla giàdette, allo zelo dei nostri Fiorentini. Infatti sappiamo che Filippo Strozzi, figlio di Matteo di Simone, circa il 1466, quello stesso che ho rammentalo di sopra pag. 18 come l’introduttore dei carciofi nelle nostre campagne, fece venire da Napoli il fico gentile (2). Franco Sacchetti (3) rammenta nelle sue Novelle il fico castagnolo, ed i fichi fiori, con i quali ultimi si crede essere stato avvelenato Papa Benedetto XI a Perugia nel 1304, da un giovane vestito da donna, servigiale delle monache di S. Petronilla di quella città(4). Bernardo Vecchietti, altra volta ricordalo per le susine fatte venire nella sua villa del Riposo, che presero il di lui nome, fece venire anche una nuova razza di fichi, che furono detti essi pure del Vecchietto. Fra Agostino del Riccio, nei suoi citati MSS. (3), dàl'elenco di molti fichi col-

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(1) I pomi d'oro, o due lezioni ec. 1607, pag. 16.

(2) Maiini, De florent. invenlis. p ;i8.34.

(3) Novella 118.

(4) Giov. Villani Cronica, L.8,c. 80 Ricordi di un Priorisla fiorentino, codice MSS. nella Magliabechiana CI. XXV, IN.i 18.Gio.Targioni Tozzelti, Nolizie sulla Slor. delle Scienze fisic. in Toscana ec. Firenze 1832, pag. 135.

(5) Agricoltura teorica a c. 177, ed Agricoltura speriment. T. 2, a carte 402.


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tivati nelle nostre campagne nella metàdel secolo XVI, in numero di 31, da lui ben conosciuti, avvertendo che molti altri ve ne erano, e che non avendoli veduti non gli rammenta. Fra quelli da lui conosciuti, cita i fichi piccirelli, che dice essere stali fatti venire in Firenze da Marsilia, dalla Granduchessa Cristina di Lorena. Nei giardini Medicei si coltivarono tutti quelli che sono dipinti nei quadri della R. villa di Castello, di cui 18 sono primaticci e 32 settembrini, in tutti 50 varietÀ, e delle quali ce ne dàla nota il Lastri (1). Il Micheli ne descrisse nei suoi MSS. fino a 95 ; e queste descrizioni succinte sono riferite nelle Lezioni d'agricoltura, e nel Dizionario botanico di Ottaviano Targioni Tozzetti mio padre (2).

Morus nigra

Il gelso o moroè un albero appartenente alla famiglia delle urticacee, e di cui non merita che se ne faccia conto per le frutta, ma per le foglie, le quali servendo di alimento ai bachi da seta, hanno reso questa pianta di un immenso vantaggio all'economia agraria e commerciale ; laonde estesissima neè divenuta la sua coltivazione nelle parti meridionali dell’Europa.

I mori sono di più specie, una delle quali è delta morus nigra dai botanici, e moro gelso a frutto nero volgarmente, il quale dal Wildenow (3) si dice spontaneo dei luoghi marittimi dell'Italia e della Persia. Una seconda specieè quella detta morus alba, o gelso e moro bianco, cheè spontaneo della China e della Persia, e di cui ve ne sono delle varietàa frutto rosseggiante, rosso, o nero, oltre la diversa figura o qualitàdelle foglie (4).

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(1) Corso d'Agricoltura T. S, pag. 190, e Lunario dei conladini, 1777, pag. 51.

(2) Lezioni d'Agrlcoilura, T. 3, pag. 68. Diz. boLital.T.l, p.90.

(3) Species Plantar. T.Ji,P.l, p. 369.

(4) Wildenow, loc.cil.p.3i8.0Ua Viano Targioni Tozzelli, Lezioni d'Agricoltura, T.4, p.97. Galiizzio!i, Elem. botan. agrar.T. 3. pag 375. Gera, Dizion. d'Agric.T. 16, pag. 530.


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Il moro nero fu l'unico conosciuto e coltivato dagli antichi per mangiarne le fruita dolci, e per usarle come medicamento (!). Presso i Greci era noto col nome di Sycaminos come vedesi in Teofrasto (2), che ne parlò, e come pure dopo di lui fece Dioscoride (3), lodandone le more o frutti per medicamento, ma non per cibo. Ateneo (4) e Galeno (5) ne fanno menzione egualmente ; dal che se ne deduce che l'albero era ben conosciuto anche dai Greci. Che anzi La Bretonniere (6) avverte che il Peloponneso per abbondare di questi alberi, prese il nome di Morea (7). Ma il detto autore intende parlare dei mori gelsi bianchi, cosa poco probabile, e piuttosto riferibile al gelso nero, a meno che giàa quell'epoca vi fosse stato importato il bianco dall'Asia fin dalla più remota antichitÀ, e quindi in Italia, dove si fosse poi naturalizzato. Comunque la cosa si sia,è certo che il gelso neroè antichissimo in Italia, come si rileva da Virgilio (8), da Orazio (9), da Plinio (10), da Columella (11) e da Palladio (12), i quali

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(1) Nella Bibbia viè ricordato coi nome ebraico Bic/j^. Paralip. L. 1, c. I4,v.c, 14, L'i, che naila volgataè tradotta per pero ; raa i'Ur sin! lo ritiene per moro. Arborei, bibl.pag. T6, e 463, e 468.

(2) Hist. plant. L. 1, e 19 ; anche Ateneo (Deipnos. L. 2, c. 11, p.Jii) cosi lo chiama, ed avverte di non confonderlo coi fichi perla somiglianza dei nome l(»ro greco.

(3) Mat.med/L.l, c.l80.

(4) Deipnosoph.L. 2, eli, pag. 51.

(5) Aliraent. facnlt.L.2, p. 386.

(6) Ecole du jardin. fruict.ed. 2, T. 2, pag. 122.

(7) Anche il Fée (Fior. Fi»rgi7. png. 80), dice lo stesso dell'essere stalo cangiato nel medio evo il nome del Peloponneso in Morea, per le coltivazioni abbondanti di mori che vi si facevano.

(8) Copa vers.2i. Georg. L. 2, v.121.

(9) Sermon.L.2, Sai. 4.v.2l.

(10) Hist.nat. L. 13, c. 24.L.16, c. 18, 22, 28, 40. L. 18, c. 27.

(11) De re rustica L. 3, c. 10 L. 10, et de cullu hortor vers. 402.

(12) De insitionc. v. 127.


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ne parlano come di un albero volgarissimo e ben nolo ; ma ora a vero dire non apprezzandosene i fruiti, come si faceva in antico, nonè più tanto coltivato.

Non egualmente può dirsi dell’altra specie, detta Morus alba, della quale essendo le foglie il pascolo prescelto dei filugelli,è coltivala in grande abbondanza da per lutto. Intorno alla storia botanica di questa pianta, non meno che intorno alle non poche varietÀ, che per la collivazione se ne sono ottenute, può vedersi quanto ne dicono il Gallizzioli (1), ed Ottaviano Targioni Tozzelti, il qual ultimo riporta ben anche le de* scrizioni di queste varietàdalene dal Micheli e da varj ailri aulori (2), le quali pure con altre di più moderna data si possono vedere nel Dizionario d'Agricoltura del Gera (3). L'introduzione in Italia di questa qualitàdi gelso, che forse poi formò secondo i diversi paesi ove fu collivalo, tulle le’varietàpredelle, pare che rimonti ad un’epoca non contemporanea all'introduzione dei bachi da seta, ma posteriorc. Infatti sappiamo che i fliugelli non si conobbero in Italia prima del 1148, nel quale anno furono trasferiti in Sicilia da Ruggero Re di quelr isola, dopo che per la guerra fatta contro Mannello Comneno Iniperatore d'Oriente, conquistò Tebe, Atene, e Corinto (4), Dalla Sicilia, si vuole che i Lucchesi ne imparassero l'arte, e che poi l'introducessero in Firenze, quando nel 1315, vi si rifugiarono per sottrarsi al sacco dato alla loro cittàda Uguccione della Faggiola (5). Ma il Pagnini (6) ha provato che in questa

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(1) Eleni. boliin. ;igr ;ir.T.3, pag. 37o.

(2) Lez.di agricoli. T. 4, pag. 98.

(3) Tom. 10. pag.SaO.

(4) Storia civile del Regno di Napoli. L.ll, c.7. Miiralori anUch.ilal. disserl. 25. Manni ragion, delle piantagioni in Toscana dei gelsi.

(5) Muratori, anticti. ital. toc. cil. Zan.in, l.otlerc sull'agric commerc. ec. T.2, leti. 4, pa?.

(6) Della decima ec., T. 2, pai ;. 108.


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nostra città di Firenze, l'arte della seta vi era già esercitata molto prima e fin dal 1225 ; e da Ricordano Malespini (1), da Giovanni Villani (2) non che da Scipione Ammirato (3) si rileva, che giàvi erano i Setaioli fino dal 1266. Cosicchè da tutto ciò può ritenersi, che l'arte di allevare i filugelli in Toscana, rimonta per lo meno all'epoca riferita dal Pagnini, di verso cioè il 1225. A questa epoca non si conoscevano bensi i gelsi bianchi, ora tanto coltivali ed usali per il nutrimento dei bachi da seta, ma il gelso nero, come lo rileva il Malpighi (4), il quale dico non trovarsi nessuno autore an tico che parli del gelso bianco, ma soltanto del nero, che era molto comune anche nei monti della Sicilia, all'epoca in che Ruggero vi trasferi i filugelli (5). Quindi non sussiste l'opinione del Padre Onorati, cioè dell'avere il detto Ruggero portato anche contemporaneamente la razza dei gelsi bianchi (6).

Si dice che il primo introduttore in Toscana di questi medesimi gelsi bianchi, come i più confacenti all'alimento dei bigatti, sia stato Francesco Buonvicini, che nel 1434 dal Levante ne portò le barbatelle a Pescia sua patria, e che quella Repubblica nel successivo anno 1435, ne incoraggiasse la coltivazione con una legge del 7 Aprile (7). Per altro lo statuto di quella stessa cittàdel 1340, vale a dire di quasi un secolo prima,

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(1) storie fiorenl. c. 190, ediz. per cura di Vinc Fdlliiii 1816, pag. 1À’7.

(2) Cronache, L. 7, c. 13.

(3) Storio fiorenl. P. i, L.2, pag.132, ediz. f. de! 1847.

(4) Opera, T. 2, pag. 9, ediz. 4, 1687.

(5) V. anche Seslini. LeU. schUe dalia Sicil. ec, T, 3. iell. 8, pag. 189

(6) V. Gera Dizion, d'agricoli. T. 16, pag. 333.

(7) V. Giovanni Targioni-Tozzetti. i'idggi per li Tofcana ec., T. o, \y,\g. "Ilo, r 6, pag. 421. Mem, Nolizie sulla sloi\ delle scien. (isich. in toscana. Firerize 1S32, pag. l2.o.


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ordinava la pianlazione in quella campagna dei gelsi (1), e lo stesso avevano giàcomandalo i Modanesi nel loro territorio Ano dal 1327, al riferire del Muratori (2). Dalle quali notizie se ne deve dedurre che si trattasse unicamente dei gelsi neri, o che giàfin da queir epoca anche i gelsi bianchi fossero conosciuti, e per conseguenza molto avanti l'epoca del Buonvicini, vale a dire del 1434. Intorno alla quale ultima supposizione Giovanni Targioni Tozzetti, fondandosi sopra un'espressione d'Ovidio (3) e di Beryzio (4), non si mostra alieno dal sospettarne la probabilità(5) ; e dello stesso dubitativo parere mostrossi dopo anche il Fée (6).

In ogni modo conosciutasi ben presto l'utilitàcommerciale della seta, che formò per noi un grande articolo di ricchezza nazionale nei secoli decorsi, si procurò d'ogni maniera di favorire la coltivazione dei gelsi in Toscana, con leggi e privilegj, tanto ai tempi di repubblica, quanto sotto il dominio di tutti i Granduchi Medicei, secondo che estesamente ciò può riscontrarsi, nella Digressione intorno alla coltura dei mori, del mio avo Giovanni Targioni Tozzetti, inserita nel Tom. 6, p. 499 dei suoi Viaggi per la Toscana (7). Evvi anche il moro

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(1) V. Giovanni Targioni-Tozzelli. Viaggi loc cil.

(2) Anlich. Hai. disserl. 30, T.2, pag. 47.

(3)...Arboribi niveis uberrima pomis -ardua moruseral ec... Melano. L. 4, v.89.

(4) Si in populum album inseralur, aut inoculelur morus, alba mora feri. Geopon. Graec. edll. Needhani. L. 10, e 69, pag. 285.

(5) Viaggi per la Toscana ec, T. 6, pag. 420.

(6) Fior. Virgiliani!, pag. 38, e noia 16» al lib. 13 di Plin. Iradol. in francese ediz. di Panliouke, T.9, pag. 49.5.

(7) I gelsi sono alberi longevi, morus tardissime senescit, disse Plinio (Hist. nat. L. 16, c. 28), e lanlo il nero che il bianco vengono di sterminala grossezza. Negli orti Rucellai (ora giardino Sliozzi In via delia Scala) ve ne era uno ridotto a foggia di saiollo, sul quale sali Carlo V, nel io3i (Giovanni Targioni-Tozzelti, Prodr.della corograf. ec., della Tosc. pag. 92, e Selva ili notizie su<?li aggrandirli.


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di frutto rosso, il quale secondo il Padre Agostino del Riccio (1) fu introdotto in Toscana a suo tempo, dicendo che Ferdinando I de’Medici ne fece seminare moltissimi in Boboli ed all'Isola delle Cascinc. Non so se potesse essere la specie morus rubra, o piuttosto, come sembrerebbe più probabile, la varietàa fruito rosso del moro bianco. Più recentemente ed ai nostri tempi, si sono introdotte in Italia, e quindi anche in Toscana altre specie di gelsi, le quali si trovano indicate dal Gera (2) ; e di alcune di esse siè voluto fare elogio come migliori per il nutrimento dei bachi da seta. Taleè il morus macrophylla o gelso della China, detto anche gelso a foglie grandi, e gelso indiano, introdotto dalle Indie orientali verso il 1780 dai fratelli Zappa di Milano, nel loro giardino di Sesto di Monza (3). Per altro siè dubitato che non specie distinta si fosse, ma piuttosto una varietàdel gelso bianco. Un’altra specieè il gelso delle Filippine, morus muUicaulis, il quale ha ricevuto dai botanici anche non pochi altri nomi (4). Questa pianta arborescenteè originaria delle isole Filippine, dove fu trovala nel 1820 dal Perrotlet, e quindi da lui stesso trasferita in Francia nel 1822, e poi sparsa da per lutto. In Italia l'ebbe il Piemonte prima di altri luoghi verso il 1827, per opera del benemerito Prof. Matteo Bonafous, che ebbe cura di

delle scienze fis. MSS. voi -4, paf,'. 1059). Per altri mori di graridozze parlicolari, ved. Fée noia 260 del lib. 16 di Plin. Irad in Fran. ei). Pankoulie, T. 10, pag.27'i.

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(1) Agricoli. Sperim. MSS. voi. 2, carie 370.

(2j Dizion. d'Agricoli. T. 16, pag. 534.

(3) Vi fu collivalo col nome di Morus indica. V.Calalog. piantar. melhod.Linn.quae in liorto Sexliano fratr. Zappa colunlur 1783.

(4) Come per esempio di morus Icilifnlia, morus sinenm, morun lalarica, morus bullala, morus cuculiala eie.


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diffonderla in tutta la penisola (1). Nel 1828 venne al noslro giardino botanico agrario detto dei Semplici sotto la direzione di naio padre, il primo individuo di questa specie mandatovi da Carlo Maupoil, dal suo semenzaio e piantonaio a Dolo presso Venezia (2) ; ed il Marchese Cosimo Ridolfi a Bibbiani fece la prima prova di allevare i filugelli colle foglie di questo nuovo gelso (3), che presto si sparse per tutta la Toscana. E qui merita il ricordare come lo stesso Bonafous, desideroso che di questa specie se ne diffondesse ovunque la coltura, messe a disposizione dell'Accademia dei Georgoflli la somma di 100 zecchini, da ripartirsi in vari premi per chi vi si fosse prestato, a seconda del programma che fu pubblicato nel 2 Giugno 1835 (4). Debbo però avvertire che il citato Maupoil, al seguito delle sue osservazioni falle sulla propagazione di tal pianta, fu porlato a crederla piuttosto che specie distinta, una semplice varietàdi quella ab antiquo coltivata, ottenuta alle Filippine e alla China (5). Anche il Morus Moreltiana, cosi detto perchè scoperto ed illustrato dal Prof. Moretti,è di nuova introduzione fra noi ; ed il Marchese Cosimo Ridolfi fu il primo ad averne i semi dallo stesso Professore or sono vari anni

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(1) V. Saggio sui gelseti e sopra una nuova specie di ielse ec Giornale Agrario Toscano T. (•, pag. 8.

(2) Giornale Agrario Tosaiino, T. (5, pair.O.

(3) Giornale Agrario Toscano, T.i, pafj.i38.

(4) Atti dei Georgofili, T. li, pag. 94.

(5) Giornale Agrario Toscano, T. 0, pag 346.

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